VOLA ALTA PAROLA

 

Pubblichiamo in questo articolo sei poesie presentate al Concorso Vola Alta Parola, nella versione originale in lingua italiana e nella traduzione in dialetto reggiano (o sue varietà) realizzata dal nostro gruppo di amici di Léngua Mêdra.
Le sei poesie italiane sono quelle selezionate dalla Giuria come finaliste dell’edizione 2026: quattro di esse sono state lette e premiate il 3 luglio, durante l’incontro con il poeta Emilio Rentocchini, che ha proposto alcuni testi dal suo libro Lingua madre. Ottave 1994- 2019 (Quodlibet, 2022).

Perché tradurre queste poesie

Chi conosce le trecento ottave di “Lingua madre” sa che ogni testo è presentato in doppia versione, italiana e dialettale. Non si tratta di semplici specchi: Rentocchini costruisce due poesie autonome, entrambe compiute. Noi non pretendiamo certo di avvicinarci alla sua maestria, ma da tempo sperimentiamo con passione la possibilità di usare i dialetti reggiani per esprimere emozioni, pensieri e situazioni che vadano oltre il racconto folcloristico o la nostalgia dei ricordi. In questo percorso, la traduzione di poesie – celebri o inedite, come in questo caso – è per noi un punto di partenza prezioso. Molti linguisti osservano che i dialetti stanno vivendo una nuova stagione: non più lingua quotidiana, ma voce del teatro, del cinema, della canzone, della pubblicità e, grazie ad autori come Pasolini, Loi, Baldini, Pedretti, Rentocchini e molti altri, anche della poesia.
Nel nostro lavoro abbiamo incontrato difficoltà e sorprese: talvolta le parole mancano, talvolta il dialetto ne offre di più ricche, più precise, più sfumate dell’italiano.
Le nostre più vive congratulazioni e un caloroso ringraziamento vanno agli Autori delle poesie, per averci fornito i testi sui quali condurre le nostre sperimentazioni.
Ringraziamo infine il curatore della rassegna, Guido Monti, per averci dato la possibilità di affiancare le nostre traduzioni ai testi originali.
Lasciamo ora ai lettori il piacere di giudicare e, se vorranno, di condividere con noi le loro impressioni.
Le sei poesie sono state tradotte da: Corrado Barozzi (E se – dialetto di Baiso); Luciano Cucchi (Spezzato); Denis Ferretti (Ho una poltrona); Gian Franco Nasi (Madre); Brunetta Partisotti (La poesia di notte – dialetto di Cavriago), Isarco Romani (Molto più di un caffè).

Il Concorso

La Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna di poesia Vola Alta Parola ideata e curata da Guido Monti, promuove ogni anno – dal 2023 – un concorso poetico rivolto a:
 studentesse e studenti delle Scuole Secondarie di II grado di Reggio Emilia e provincia
 studentesse e studenti universitari di UNIMORE
Gli elaborati, poesie in lingua italiana liberamente ispirate a versi di poeti noti, sono stati inviati entro il 15 maggio 2026 tramite i docenti referenti o, in alcuni casi, direttamente dagli studenti. La partecipazione è gratuita.
La Giuria 2026 era composta da Annusca Campani, Lorenzo Capitani, Emanuele Ferrari e Lia Rossi, affiancati quest’anno da Daniele Benati, Rolando Gualerzi, Monica Incerti Pregreffi, Monica Morini e Clementina Santi.
Da una prima selezione di 22 componimenti, la Giuria ha individuato 6 finalisti e, tra questi, i 4 più votati, presentati durante la serata del 3 luglio 2026.

 

Prima classificata

Molto più di un caffé
di Stella Crotti*

 

Entro nel bar
che il giorno ancora non è giorno,
e l’afa già mi cuce
la camicia sulla pelle.
La macchina del caffè
borbotta piano,
come il respiro di un anziano.
Sono le sei,
le paste nel forno,
I tavoli allineati
come piccoli soldati.
Bevo il primo caffè:
caldo, appena amaro,
vivo.
Poi entra Mauro.
Mauro che vede male
ma guarda più di tutti.
Ha perso moglie e figlio.
Sorride lo stesso.
«Come stai?» mi chiede.
E intanto cerca il giornale
con mani lente,
inermi.
Gli leggo i titoli,
lui ascolta.
Fuori passa un camion,
dentro passa il tempo.
Arriva Fiore, il dottore,
con Ugo dietro,
fedele come certe domeniche
dell’infanzia.
Cappuccino,
brioche alla crema,
Le solite cose
che tengono insieme il mondo.
Claudio entra bestemmiando
contro i ministri,
contro le tasse,
contro il tempo che cambia.
Ma sotto le sue parole
ci sono campi,
notti insonni,
mani spaccate dalla terra.
Lavora per una figlia sola
e due bambini
che ancora non sanno
quanto costa restare vivi.
Massimo invece ride.
Ride sempre.
Parla del sole,
del cielo limpido,
della bella giornata.
Ma negli occhi
ha una stanza chiusa
dove un figlio si perde
ogni notte.
E lui lo rincorre
senza raggiungerlo mai.
Infine entra Ciro,
«Studia» mi dice.
«Non diventare come me.»
E io penso invece
che vorrei somigliargli.
Così gentile,
così umano,
così poco importante
agli occhi del mondo.
Poi il bar si riempie
di tazze,
di fiati,
di vite spezzate
che continuano.
E capisco allora
che la felicità forse
non è altro:
un gruppo di superstiti
che ogni mattina
si ritrova
per non morire solo.
Adesso però mi sveglio.
Il bar è un altro,
io sono un’altra.
Ordino un caffè.
Lo bevo piano.
Ha un sapore amaro,
di ricordo.
Mi giro.
Non ci sono più.
Eppure restano,
come resta il calore
di un abbraccio, di una carezza,
di uno sguardo di chi se n’è andato.
Sorrido.
Per me.
Per loro.
Per tutti quelli
che hanno avuto paura
e sono andati avanti lo stesso.

*Liceo Aldo Moro, classe 4^I – Liceo Linguistico

Eter che un cafè
traduzione e lettura di Isarco Romani

 

Vâgh deintr al bar
che al dé n l ē mia ancòra dé
e al chēld am cuşés
la camişa atach a la pèla.
La màchina dal cafè
la barbòja piân
cme al respîr d un vèc.
L ē sē ōr
al pasti in dal fōren
i tavlein tόt in fila
cme tant suldatèin.
Togh al prém cafè
cheld, un po amêr,
vîv.
Pó vin dèinter Mauro.
Mauro ch agh vèd mēl
ma al guêrda piό ’d tόt.
L à pêrs mujēra e fiōla.
Ma al suréd l istess.
“Cma stēt?” am fà:
Intanta al sērca al giurnel
al mân lèinti,
e dèbli.
Agh lēş i tétol
lό ’l scōlta.
Fōra pâsa i camion,
deintr ä pâsa al teimp.
A riva Fiore, al dutōr,
cun dedrē Ugo,
fedele cme certi domènichi
ed quand j ēren ragas.
Capusèin,
brioche a la crèma.
Al sòliti coşi
che tin’insèm al mond.
Claudio al vin dèinter smadunand
cuntra i minéster,
cuntra al tasi.
cuntra ’l teimp ch al cambia.
Ma sòt al sō parôli
a gh ē di camp,
dal nôt in bianch,
dal man ruvinedi da la tèra.
Al lavora per sō fiōla
όna e basta e du putîn
che ancòra a n san mia
csa costa stêr al mond.
Massimo invece al réd.
Al réd seinper.
Al pêrla dal sōl,
dal cēl cêr,
dla bèla giurneda.
Ma indi ôc
al gh à na canbra sareda
dove un fiōl as perd
tόt al nôt.
E lό agh cόr adrē
seinsa mai ciaperel.
Pr ultom vin dèinter Ciro.
“Stόdia” am diş.
“A n dvinter mia cme mé”.
E mé invece peins
che am piaşrés arviseregh,
Acsé gentil,
acsé uman,
acsé poch important
ai ôc dal mond.
Pó al bar al s impés
ed tasèini
ed fiē
ed véti şbraghedi in dō
che van avanti.
E alora capés
che la felicite forse
a n l ē eter:
un branch ed sopravisu
che tót al mateini
as caten
per murir mia da per lōr.
Adèsa però me şvèli.
Al bar l ē n eter,
mé sun un etra.
A dmand un cafè.
Al bev pian.
Al gh à un savōr amêr
d un ricord.
Am gir.
A n gh in pió.
Eppure armagnen,
cme armagn al calōr
dna braseda, dna carèsa,
dal sguerd d un ch’as ne ande.
A suréd.
Per mé.
Per lōr.
Per tót quî
che gh an vû paura
e in ande avanti l istess

 

 

 

Seconda classificata ex-aequo

Ho una poltrona
di  Walee Djelassi*

 

Ho una poltrona in soggiorno,
una poltrona bianca, antica,
non una di quelle moderne prive di personalità.
Ho una poltrona in soggiorno,
un po' rovinata dal tempo,
ma con ancora tutto il suo fascino.
Ho una poltrona in soggiorno,
una poltrona con un tessuto bianco con fiori rosa e viola,
fiori sottili, esili, quasi timidi e pieni di vergogna,
impauriti dal mostrarsi.
Ho una poltrona bianca in soggiorno,
un soggiorno scuro,
dove il colore che prevale è il marrone.
E lei è lì, che risalta
come una nuvola
che prova a fare la disinvolta
in un cielo azzurro e limpido,
dove non è ben accolta.
Ho una poltrona bianca e floreale in soggiorno,
su cui non mi siedo mai:
la guardo, la osservo, la spio,
ma non mi siedo.
Ho una poltrona dura in soggiorno,
sembra fatta interamente di legno,
un legno freddo, monotono.
Ho una poltrona scivolosa in soggiorno,
quando provo a rilassarmi mi spinge via,
lei ti caccia e poi ti sgrida.
Ho una poltrona scomoda in soggiorno,
è aggressiva con me, non mi vuole bene,
lo riconosco dal modo in cui mi respinge
e poi mi costringe a starle lontana.
Ho una poltrona egoista in soggiorno,
preferisce farsi sgualcire dal tempo,
che con la mia presenza,
invecchiare sola.
Ho una poltrona solitaria in soggiorno,
lei è poco socievole, sta sempre per le sue;
per farti capire, non so ancora come si chiama,
non me lo vuole dire.
Ho una poltrona perfida in soggiorno,
qualche giorno fa mi ha sussurrato all'orecchio
che preferirebbe sorreggere il peso di mille cianfrusaglie
piuttosto che il mio,
ha detto che di me non si fida.
Ho una poltrona,
in soggiorno,
anche se in realtà,
a dire il vero,
non è mia, io non la possiedo.
C'è questa poltrona in soggiorno,
lei c'è sempre stata,
e non è mai cambiata,
ha lo stesso colore,
lo stesso umore.
C'è questa poltrona in soggiorno,
che fino a due anni
fa ha sempre vissuto in camera da letto
mi è sempre stata distante.
C'è questa poltrona
che è stata realizzata a mano,
una mano crudele, un po' come lei.
C'è una poltrona
forgiata con rabbia e rancore,
che si nutre di cattivo umore e silenzi strazianti.
Io, però, ho una poltrona in soggiorno,
è bianca, antica, con decori floreali
perfetti per una come me che ama la natura.
La sua imbottitura è un po' dura
ed è inclinata verso il basso,
ma sono certa che se riesci a trovare la posizione corretta
resterai sorretta,
e non scivolerai giù,
come a me capita spesso,
infatti è un po' complesso.
Nonostante tutto questo
quando io cerco di avvicinarmi
sento freddo.
Lei mi racconta di inverno e neve
e di quanto la vita sia un inferno,
mentre io provo a farle conoscere l'estate e il mare
eppure è solo una poltrona
non mi può ascoltare.
Ho una poltrona in soggiorno
ed è stata fatta dalle mani di mio padre.

Liceo Gaetano Chierici classe 4^I - Liceo Artistico

 

 

 

 

Ä gh ò na pultròuna
traduzione di Denis Ferretti

 

Ä gh ò na pultròuna indal salôt,
na pultròuna biânca, antîga,
mia d cóli modêrni ch en sân nè d mé nè d té
Ä gh ò na pultròuna indal salôt,
un pô frósta,
mó cun incòra tót al so incânt
Ä gh ò na pultròuna indal salôt,
na pultròuna cun na stôfa biânca a fiōr rôşa e viōla,
di fiōr mêgher, sutîl, quêşi témid e pîn d vergògna,
cun la paûra d fêres vèder.

 

Ä gh ò na pultròuna biânca indal salôt,
un salôt-e-scûr,
che ‘l colōr ch as vèd depió l ē ‘l maròun.
E lē la sta lé a rişaltêr
cme na nóvla ch la vîn fōra
es la fà la scantanâdra
indun cēl srèin e cêr
in do’ n la vōlen mia.
Ä gh ò na pultròuna biânca a fiōr indal salôt,
che n m egh sēd mai:
ä la guêrd, ä la şméc, ä la stódi,
mó n m egh sēd mia.
Ä gh ò na pultròuna dûra indal salôt,
la m pêr fâta tóta d lègn,
un lègn dûr tót dal stès colōr.
Ä gh ò na pultròuna blişgōşa indal salôt,
quând ä prōv a ‘rsorêrom la m cócia via.
La t pêra via e pó la t crîda.
Ä gh ò na pultròuna descômda indal salôt,
la m burés adrê, la n am vōl mia bèin,
ä l capés da cme la fà a mandêrom via
e a tgnîrom luntân.
Ä gh ò na pultròuna egoésta indal salôt,
la preferés fêres frustêr dal tèinp,
che cun la me preşèinsa,
invcîr da per lē.
Ä gh ò na pultròuna pôch gustōşa indal salôt,
la n pêrla cun nisûn, la stà sèinper per so cûnt,
tânt per fêret capîr, ä n sò mia incòra cmela s-e-s-ciâma,
la n m al vōl mia dîr.
Ä gh ò na pultròuna catîva vlenêda indal salôt;
a l êter dé la m à dét sòt-vōş indn’urècia
ch la tgniré só pió luntêra un quintêl d rantumâja
piutôst che tgnîrom só mé,
la dîş ch la n es fîda mia.
Ä gh ò na pultròuna ,
indal salôt,
ânch se
a dîrla tóta,
la n ē mia mia, ä n sûn mia la padròuna.
Ä gh ē cla pultròuna ché indal salôt,
la gh ē sèinpr-e-stêda,
e la n ē mai cambiêda,
la gh à ‘l stès colōr
e ‘l stès umōr.
Ä gh ē sta pultròuna indal salôt,
che fîn a dû ân fà
l ē sèinpr-e-stêda indla câmbra,
ä gh l ò sèinpr avûda luntân.
Ä gh ē sta pultròuna
ch ä l’ân fâta a mân,
na mân catîva, un pô cme lē.
Ä gh ē na pultròuna
batûda cun râbia e tégna
ch la s-e-sfâma cun di grógn e di silèinsi che t trîden.
Mé, però ‘ gh ò na pultròuna indal salôt,
l’ē biânca, antîga, cun di dişègn a fiōr
perfèt pr óna cme mé ch egh piêş la natûra.
La gh à n imbutidûra un pô dûra,
ch la guêrda un pô vêrs al bâs
mó ä sûn sicûra che s’t egh la chêv a catêr la to puşisiòun
la t tîn só dabòun
e t en blişgarê mia şò,
cm ä m câpita despès a mé,
e difâti l ē un pô cunplichê.
Gîrla cm et vō,
mó mé quând ä gh vâgh arèint
ä m vîn frèd.
L ē la m cûnta d nèiva e invêren
e d cm ä sìa ‘n infêren la véta,
mèinter che mé ‘ prōv a fêregh cgnòser l istê e ‘l mêr,
ânch s’l’ē sōl na pultròuna
la n pōl mia scultêr.
Ä gh ò na pultròuna indal salôt
e ä l’à fâta me pêder cu’al so mân.

 

La poesia Ä gh ò na pultròuna è letta da Luciano Cucchi

 

Seconda classificata ex-aequo

E se
di Matilde Soprani*

 

E se con una parola
un verso, una poesia leggera
si potesse fermare
chi colpisce,
ferisce e uccide,
chi vuole brindare soltanto alla guerra,
vivrebbe quell’uomo e
quella donna,
quel bambino
che non sente casa
nemmeno la terra.

Istituto Bertrand Russel, classe 4^ B – Liceo Linguistico

E se
traduzione e lettura di Corrado Barozzi*

 

E se cūn na vūš
na réma, na sirudêla
es préss farmêr
cùl che pécia,
fréss e mâsa,
cùl che völ alvêr e’ bicēr sūl a la guêra,
scamparée cl’ óm lé
cla dóna,
cu ragasöl
ch’èn sént mia cà sóva
gnân la têra.

*(dialetto di Baiso)

 

 

Terza classificata 

Spezzato

di Sofia De Somma*

 

Qualcosa di spezzato
cammina senza fretta
dentro il petto vuoto ormai da tempo
Incompleto come un pomeriggio di autunno che finge ancora il caldo di un’estate lontana
La serenità ormai ferma
quasi irreale, incompleta lacera l’anima
E la rabbia che non urla e non
cerca, attenzioni, ma corrode e spezza
ciò che rimane
La penna sospesa sul foglio
incapace di scrivere
incapace di esprimere ciò che sento e ciò che mi uccide

*Liceo Gaetano Chierici, classe 2^I – Liceo Artistico.

Scavsê (A’ s gh ē ròt dèinter)

Traduzione e lettura di Luciano Cucchi

 

Ä se scavsê quèl
al và via sèinsa prèsia
dèintr a ‘l cōr ormai vōd da tèimp
Mûnch cm un dôp-mèş-dé d’autûn ch l’imagina l chêld d n’istê luntâna
La chiēta ormâi fērma
quêşi finta, la sfrânşa l’ânma
E la râbja ch la n şbrâja pió e la n
sērca d fêrs-e-strêda, mo la rōşga e la scavèsa
cól ch gh armâgn
La pèna la spèta in séma a ‘l fòj
la n ē mia bòuna d esprémer
cól ch ä prōv e che ‘m fà murîr

 

Poesie segnalate dalla Giuria:

Madre
di Giancarlo Novelli*

 

Piuma di campo,
fatti soave,
fatti leggera!
Sfreccia veloce,
come messo di guerra
che corre tra i valli,
felice o sgomenta.
Accarezzami il volto,
diventa una mano che mi cinge la vita.
Stringimi forte con passione inaudita.
Dammi la quiete tanto ambita e
inalami quel sospiro,
che mi ricorda quell’altra vita.
Dammi la forza,
dimmi chi sono,
fatti coraggio
e accettami per quello che sono!
Passano gli anni,
e tu,
che nuoti nei fiumi di lacrime e di speranza,
ti immergi nei laghi di dolore e di mistero,
accogli tuo figlio che è diventato vero.
Muoviti piano,
sul seggio di ferro.
Ci sono io con tre braccia di legno,
che si chiamano amore, vicinanza e sostegno.
Sono adulto, ma nel cuore piccino,
Cullo te madre come una bambina,
come quella piuma che mi è stata vicina.

*Liceo Aldo Moro, classe 1^F – Liceo Linguistico

Mêdra
traduzione e lettura di G.F. Nasi

 

Pióma ’d câmp,
fât gentîla,
fât alşēra!
Pâsa cme na sajèta,
cme s at fós un mès ed guèra
ch al cór tra l trincêj,
cuntèinta o scmintîda.
Fâm na carèsa,
dvèinta na mân ch l am brânca la véta.
Strécom fôrt cun pasiòun infinida
Dâm la chiēt tânt deşiderêda e
fâm respirêr col tó suspîr
ch al m arcôrda ch l êtra véta.
Dâm la fôrsa,
dém chi sûn,
fât curâg
e tóm per còl ch ä sûn!
J ân ä pâsen,
e té,
cha t nûd indi fióm ed piânt e sperânsa,
dèinter ai lêgh ed dulōr e mistēr,
ricêv to fiōl ch al s ē fât òm vèira.
Mōvet piân,
sōvra la tó cadrēga ’d fèr.
Ä gh sûn mé cun trî brâş ed lègn,
ch ä s es ciâmn amōr, preşèinsa e sustègn.
Ä sûn gnû grând, mó ‘gh ò ‘l cōr d un putîn,
ch at cûna, mêdra, cme na putèina,
cme cla pióma ch la m ê stêda avşèina.

 

 

La poesia di notte
di Khatuna Daiauri*

 

Guardo la tastiera,
sotto la luna piena, di sera,
scrivo una poesia leggera,
ma il cuore nasconde ancora
la verità intera…
Scrivo piano piano,
e la notte, sta già passando via,
e lascio la mia tristezza
in questa strofa, che volerà via.

*Istituto Leopoldo Nobili, classe 2^B Professionale Moda

Poesia ed nôt
traduzione e lettura di Brunetta Partisotti*

 

A guèrd al fòi,
sòt a la luna pīna, d’sīra,
a scrìv na poesia alšēra,
mo ancòra l’cōr l’a loghē
tùta la veritē.
A scriv piân piân,
e la nôt l’è bèle dre ‘ndêr via,
lēs lè la me tristèsa
intl ùltom vêrs, ch’al sta per volêr via.

*Dialetto di Cavriago 

 

 

 

 

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