Lingue locali: un patrimonio vivo che racconta l’Emilia
Denis Ferretti
Questa è la presentazione della pagina dedicata ai vocabolari delle varianti emiliane. Sono tantissimi, più di quanti ci si aspetti: quasi ogni comune praticamente ha il suo, anche se i confini linguistici non coincidono sempre con quelli politici. Questo dimostra quanto l’identità linguistica sia ancora sentita e radicata.
Tutte queste varianti, diverse ma imparentate, formano insieme un unico sistema linguistico, cioè una grande lingua naturale che comprende tutte le sue forme locali. Una lingua naturale è una lingua nata spontaneamente dall’evoluzione del parlato, senza decisioni politiche o accademiche: esattamente come l’emiliano, che l’UNESCO ha già riconosciuto come lingua vera e propria, con tanto di codice ISO (ISO 639-3 EGL). Oggi diversi movimenti – tra cui la nuova associazione CLIRD, impegnata nella tutela dei diritti linguistici – dialogano con le istituzioni per ottenere anche il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato italiano, al pari di ladino, sardo e friulano. L’emiliano non è solo: in Italia ci sono altre otto lingue nelle stesse condizioni.
Sfogliando i vocabolari si nota subito che non esiste uno standard scritto condiviso. Ogni autore ha scelto soluzioni grafiche diverse, spesso basate sull’italiano. È un po’ come se scrivessimo il francese come “fransè” o l’inglese come “inglisc”: lo capiamo noi italiani, ma non è lo standard specifico per la loro lingua. Nell’emiliano manca uno standard scritto condiviso che permetta a tutti di pronunciare secondo le proprie abitudini locali. Questo però non toglie nulla alla dignità della lingua. L’emiliano funziona come tutte le lingue del mondo: cambia da zona a zona, da generazione a generazione, da contesto a contesto. Proprio come l’italiano che parliamo ogni giorno, che non è identico da Torino a Palermo e varia anche per età, ambiente sociale e abitudini.
Le lingue locali sono precise e ricchissime quando si parla di famiglia, vita quotidiana, tradizioni, lavoro. Se si passa a temi tecnici moderni, possono avere qualche lacuna e ricorrere a prestiti dall’italiano, che oggi è la lingua ponte comune. Ma non è diverso da ciò che fa l’italiano stesso, che per i concetti più contemporanei prende in prestito parole dall’inglese. Dobbiamo dedurre che l’italiano stia diventando un dialetto? Ovviamente no: è semplicemente così che funzionano tutte le lingue vive.
L’obiettivo di questa iniziativa è ricordare che le lingue locali non sono “lingue degli ignoranti”, ma strumenti complessi, espressivi e profondamente legati alla storia delle comunità e hanno alle spalle tanta tradizione e cultura. I vocabolari che presentiamo sono una testimonianza preziosa di questa ricchezza: un mosaico di parole che raccontano l’Emilia meglio di qualsiasi manuale.
La pagina è in continua evoluzione. Abbiamo raccolto un considerevole numero di dizionari custoditi negli archivi e nelle biblioteche della regione, ma sicuramente ne esistono altri che dovremo aggiungere. E altri ancora potrebbero nascere, perché malgrado il destino prospettato da alcuni i nostri dialetti sono ancora vivi. Anche le varianti già documentate potrebbero presentare aggiornamenti che comprendono neologismi o cambiamenti nell’utilizzo, tipici di ogni lingua.







