Come sta davvero il dialetto reggiano oggi? A rispondere a questa domanda è uno studio dell’Università inglese di Reading, che ha scelto il nostro territorio per una originale indagine linguistica sul campo.
Domenica 29 marzo 2026 una ricercatrice dell’ateneo britannico ha somministrato uno speciale questionario, denominato Mepic, a una trentina di parlanti dialettofoni reggiani, riuniti presso la Sala Civica di Albinea. L’obiettivo: raccogliere dati sullo stato di salute del dialetto reggiano e sulle sue trasformazioni contemporanee.
I numeri confermano un quadro noto ma non privo di sfumature. I dialetti sono sempre meno utilizzati come lingua principale nella vita quotidiana: se nel 1988 il 32% degli italiani parlava prevalentemente o esclusivamente dialetto in famiglia, questa percentuale è scesa al 9,6% nell’indagine ISTAT del 2024. Tuttavia, il dialetto non scompare: cambia funzione. Anche tra i giovani viene sempre più percepito come una risorsa espressiva, culturale e identitaria, piuttosto che come strumento di comunicazione primaria.
La ricerca dell’Università di Reading si concentra in particolare sulla variabilità lessicale del dialetto reggiano: quanto è ancora presente? In che modo si sta evolvendo? Quanto si avvicina all’italiano e quanto, invece, assorbe nuovi termini legati a oggetti, cibi e contesti della vita quotidiana contemporanea?
Il metodo adottato è tanto rigoroso quanto curioso: ai partecipanti vengono mostrate 500 immagini e per ciascuna viene richiesto il nome dialettale utilizzato. Un lavoro di raccolta minuzioso che verrà replicato anche a Modena e Bologna, per consentire una valutazione più ampia dello stato dei dialetti dell’Emilia centrale.
Dal punto di vista organizzativo, la ricerca ha visto la collaborazione del gruppo Léngua Mêdra, della radio digitale locale VinKeVala, del Centro per lo Studio del Dialetto Reggiano e del Comune di Albinea. Un mosaico di realtà diverse che testimonia la vitalità e l’impegno con cui si cerca di salvaguardare e valorizzare le lingue del nostro territorio.
La domanda posta dal titolo, tuttavia, non trova ancora una risposta definitiva. I dati raccolti sono attualmente in fase di analisi e confluiranno in una pubblicazione accademica, attesa nei prossimi mesi, che restituirà un quadro complessivo e scientificamente fondato sullo stato di salute del dialetto reggiano oggi.
In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, proclamata dall’UNESCO e celebrata lo scorso 21 febbraio, ha preso vita il Coordinamento Lingue Regionali e Diritti Linguistici (CLIRD). Si tratta di una nuova realtà nazionale che riunisce per la prima volta, avvalendosi di associazioni rappresentative, le otto lingue regionali italiane non incluse nella legge 482/1999, l’unica legge statale di tutela delle minoranze linguistiche: emiliano, ligure, lombardo, napoletano, piemontese, romagnolo, siciliano, veneto. A farne parte è anche Léngua Mêdra, associazione culturale impegnata nello studio, promozione e valorizzazione della varietà reggiana dell’emiliano ma che rappresenta nel CLIRD tutte le varietà della lingua emiliana. Léngua Mêdra promuove attività di ricerca, documentazione e divulgazione, collaborando con istituzioni, scuole e realtà culturali. Il suo impegno è preservare e rendere vivo il patrimonio linguistico locale come componente fondamentale dell’identità regionale.
Il Coordinamento nasce con l’obiettivo di promuovere, tutelare e far riconoscere il patrimonio linguistico d’Italia nella sua interezza, in linea con quanto affermato nel Manifesto fondativo: «l’Italia possiede un patrimonio linguistico di primo piano in Europa» e la sua salvaguardia è ormai «improcrastinabile».«Queste lingue vantano oltre mille anni di storia linguistica; non sono dialetti dell’italiano, perché non derivano dall’italiano, bensì direttamente dal latino. Infatti, emiliano, ligure, lombardo, napoletano, piemontese, romagnolo, siciliano e veneto sono lingue sorelle dell’italiano, non certo figlie: tutti i linguisti concordano su questo» conferma il presidente del CLIRD Alessandro Mocellin, di professione docente, formatore e ricercatore. «Nella pratica, queste lingue non solo hanno diritto di essere parlate, ma sono un’opportunità imperdibile per educare (anche a scuola) le generazioni presenti e future al plurilinguismo come valore culturale, palestra di apprendimento e patrimonio civile. Chi parla fin da piccolo una lingua ufficiale e una lingua minoritaria (anche non ancora riconosciuta) avrà un cervello bilingue, con tutti gli enormi benefici sulla memoria, il problem solving e l’intelligenza in generale. Non dimentichiamo che la maggior parte dei grandi letterati della lingua italiana (si pensi ad esempio a Manzoni, Goldoni, Pascoli, Marino, etc.) parlava perfettamente la lingua storica del proprio territorio (lombardo, veneto, romagnolo, napoletano, etc.) come lingua madre, anche se al tempo la chiamavano magari “dialetto”. Questo dimostra che le nostre lingue d’Italia non sono un ostacolo, ma una risorsa preziosa se la sappiamo valorizzare con intelligenza. In passato il monolinguismo italiano (cioè che tutti sapessero solo l’italiano) poteva essere un’opzione: oggi il multilinguismo è una realtà e anzi una necessità prioritaria».
Il sito internet ufficiale del CLIRD è consultabile all’indirizzo www.clird.it.
Per “lingua emiliana” (codice ISO 639-3: egl) s’intende l’insieme delle parlate emiliane. L’emiliano ha i suoi centri principali tra Bologna e il fiume Po, nelle città sviluppatesi lungo l’antichissima strada che collega la Romagna al grande fiume correndo ai piedi dei monti Appennini. Come altre lingue del nord Italia e di varie aree europee è di tipo gallo-romanzo. Le prime attestazioni scritte in emiliano sono medievali e comprendono anche testi di natura pratica. La tradizione letteraria più pregevole si sviluppa tra Otto e Novecento e continua tuttora. Tra gli autori più rappresentativi figurano Alfredo Testoni, Antonio Masini, Renzo Pezzani e Gastone Tamagnini.
Il CLIRD riunisce le principali realtà associative impegnate da anni nella ricerca, nella promozione culturale e nella difesa dei diritti linguistici delle rispettive comunità. Ne fanno parte, oltre Léngua Mêdra; per la lingua ligure (codice ISO: lij): Conseggio pe-o patrimònio linguistico ligure; per la lingua lombarda (lmo): Far Lombard; per la lingua napoletana (nap): Accademia Napoletana; per la lingua piemontese (pms): Arcancel; per la lingua romagnola (rgn): Istituto Friedrich Schürr; per la lingua siciliana (scn): Accademia della Lingua Siciliana; per la lingua veneta (vec): Academia de ła Bona Creansa – Academia de ła Łengua Veneta. È prevista dallo Statuto del CLIRD una Consulta, alla quale possono aderire altre associazioni che, condividendone gli obiettivi, desiderino supportare il Coordinamento offrendo consigli, suggerimenti, proposte e ogni forma di collaborazione. Otto lingue, otto codici ISO, otto territori, un’unica visione: riportare al centro del dibattito pubblico il valore del plurilinguismo italiano e la tutela dei diritti linguistici.

Il Manifesto fondativo è un documento di ampio respiro – afferma Aurelio La Torre, Direttore del Collegio Scientifico del CLIRD – che richiama i nostri principi costituzionali e si ispira a diverse fonti internazionali che tutelano i diritti di individui e comunità e vietano discriminazioni basate sulla lingua. Tra queste fonti, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d’Europa, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE (art. 21 e 22), la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (art. 29). Il Collegio Scientifico del CLIRD – continua La Torre – elaborerà strategie e documenti per far crescere anche in Italia la cultura dei diritti linguistici e per ridare dignità giuridica e sociale alle nostre lingue storiche, lingue che oggi molti chiamano “dialetti” ma che prima dell’Unità costituivano la lingua madre del 95% degli italiani». Nel Manifesto si sottolinea, inoltre, che molte lingue regionali d’Italia sono riconosciute dall’UNESCO come “in pericolo” e che l’ISO assegna loro codici linguistici specifici, confermandone lo status di lingue a pieno titolo. Tra le righe più significative del Manifesto si legge che «molte delle lingue regionali d’Italia […] rischiano sempre più di perdersi, in mancanza di iniziative nei prossimi decenni». I recenti dati diramati dall’ISTAT confermano questo rischio.
Il CLIRD si propone di: favorire iniziative normative utili per la valorizzazione delle lingue regionali; valorizzare il ruolo della scuola, promuovendo l’insegnamento anche della letteratura in lingua locale; creare canali di collaborazione con gli organismi europei e internazionali; celebrare le principali giornate dedicate alle lingue: 21 febbraio, 26 settembre ed altre; favorire progetti con le comunità linguistiche di emigrati e discendenti di italiani nel mondo; stimolare l’accesso ai fondi europei per la cultura e il patrimonio immateriale; promuovere la presenza delle lingue regionali nei media come anche nel teatro, nel cinema e nella musica, con sostegni fattivi ai giornalisti e agli artisti; sostenere iniziative universitarie e comunali per il riconoscimento delle lingue nei rispettivi statuti.Il Manifesto insiste anche sull’importanza della trasmissione linguistica tra le generazioni e il ruolo dei genitori e degli anziani come “depositari e continuatori della tradizione”, sottolineando la necessità di valorizzarne la memoria culturale. Un passo storico per i diritti linguistici e il patrimonio linguistico e culturale italiano La nascita del CLIRD rappresenta un momento di svolta e colma un vuoto nel panorama culturale italiano: per la prima volta, le lingue regionali, riconosciute internazionalmente ma escluse dalla legge 482/1999, si presentano unite, con un progetto condiviso e una voce comune. In un Paese che spesso ha relegato il proprio plurilinguismo a fenomeno folkloristico – se non a problema storico da silenziare – il Coordinamento propone una visione moderna, europea e inclusiva: riconoscere che la diversità linguistica non è un ostacolo, ma una risorsa culturale, educativa e sociale. E che occorrono azioni concrete per tutelare, anche a favore delle future generazioni, un patrimonio culturale immateriale unico in Europa.