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FABRIZIO DE ANDRÉ

 

Il nostro Luciano Cucchi si è ispirato ad alcune canzoni di Fabrizio De André per avventurarsi nella traduzione in dialetto. Ha scelto tre canzoni, a loro volta libere traduzioni di testi di George Brassens (Leggenda di Natale) e di Edgar Lee Masters (Un matto e Il suonatore Jones)

Fabrizio De André, oltre ad essere il grande cantautore che tutti conosciamo, è ricorso spesso alla traduzione di testi di autori stranieri e in una intervista disse che “quando non si ha qualcosa di interessante da dire è meglio tradurre un testo già esistente”. Questa idea semplice sostiene in fondo anche le nostre prove di traduzione, purtroppo per noi mai, neppure lontanamente, vicine alla grandezza di quelle di Fabrizio De André. A volte queste traduzioni sono molto fedeli al testo originale, mantenendone intatte la metrica e la melodia, ma più spesso De André ha preso lo spunto da un testo per reinterpretarlo ampiamente.

Il primo testo tradotto da Cucchi è La leggenda di Natale, brano contenuto nell’album Tutti morimmo a stento del 1968. Il brano ispiratore è una canzone di Georges Brassens dal titolo Le Père Noël et la petite fille, del 1960. Nel testo originale, un vecchio dalla barba bianca copre di regali una bambina, certamente in modo non disinteressato. Il verso che si ripete al termine di ogni strofa è infatti “Ti ha messo le mani sui fianchi”, verso che De André utilizzerà invece nella Canzone di Marinella. Rispetto al testo originale, De André inserisce in modo più esplicito il tema della pedofilia.

Il testo è di facile comprensione e anche la traduzione in dialetto non presenta particolari difficoltà: le rime baciate sono mantenute, e la musicalità del testo resta conservata, tanto che il nostro Luciano non solo l’ha tradotta ma l’ha pure interpretato con il canto, accompagnato alla chitarra dal figlio Stefano.

Qualche piccola italianizzazione è stata necessaria: intrecê, per evitare la locuzione utilizzata nel dialetto (fêr la trèsa); colâna per gulâna, idèa per idèja e dèa per dèja (termini ormai desueti).

LEGGENDA DI NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di pelle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale
la storia d’un fiore appassito a Natale.

LEGÈNDA ’D NADÊL

At parlêv a la lûna e ’t şughêv cûn i fiōr
at gh îv l’etê cl’an cgnòs mìa i dulōr
e al vèint l’ēra un mago, la guâsa ʼna dèa
in tal bôsch incantê d’ogni tó idèa
in tal bôsch incantê d’ogni tó idèa

E rîva l’invêren ch al mâsa al culōr
e un Pêder Nadêl ch al parlêva d’amōr
e d’ôr e d’argînt e brilêven i dòun
mó j ôc ēren frèd e ʼn ēren mìa bòun
mó j ôc ēren frèd e ʼn ēren mìa bòun

Cuacê l’à al tó spâli d argînt e lâna
ed prēdi presiōşi l à intrecê ʼna colâna
e meint’r incantêda t al stêv a guardêr
dai pē ai cavî al t à vrû başêr
dai pē ai cavî al t à vrû başêr

E adèsa che ch j ēter et ciàmen La Dèa
L incânt l ē şvanî da ogni tó idèa
e ancòra a la lûna at egh vrés cuntêr
la stôria ’d un fiōr gnû pâs per Nadēl
la storia ‘d un fiōr gnû pâs per Nadēl

 

 

 

Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio) è una libera traduzione di Fabrizio De André della poesia Frank Drummer, scritta da Lee Masters nella famosa Antologia di Spoon River. L’album di De André è Non al denaro non all’amore né al ciela, del 1971.

La traduzione di Fernanda Pivano  del testo originale, recita:

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima.
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
I’Enciclopedia Britannica!

Fabrizio de André mantiene e reinterpreta con parole nuove alcuni passi della poesia originale, come quello in cui il testo dice: “La lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro, e il villaggio mi prese per scemo”. È da questo passo che De André ricava il titolo della canzone, inserendovi il termine “matto” per sviluppare il tema dello stigma della malattia psichiatrica.

De André si schierò in questo modo con il personaggio debole della storia, come  sempre fece nelle sue canzoni.

Scrive lo scrittore e saggista Walter Pistarini, studioso dei testi delle canzoni di De André:

da: Walter Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni
“Della versione originale De André conserva anche il passaggio in cui il matto, per farsi ascoltare, si mette a studiare a memoria un’enciclopedia: per Lee Masters, la famosa Enciclopedia Britannica, per Fabrizio l’altrettanto famosa italianissima Treccani. A voler leggere fra le righe, sembra quasi che il matto di De André venga internato in manicomio quando comincia a sapere un po’ troppo: è già arrivato alla lettera “m”, e forse il paese inizia a preoccuparsi.
Le ultime due strofe della canzone sono aggiunte di libera invenzione. Lee Masters parla di una visione iniziale chiara che spinge Drummer a cercare d’imparare a memoria l’enciclopedia, De André parla di una luce sopraggiunta nei pensieri del matto ormai sepolto che ora cambia le regole e inventa parole nuove, pur rimpiangendo l’altra luce, quella del sole. Sembra che ora gli sia tutto chiaro, nonostante – ultimo tocco, anzi stoccata tipica deandreiana – il popolino ancora bisbigli: “Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.

Un mormorio del popolino che Luciano Cucchi ha conosciuto  fin dall’infanzia per le storie dei matti che si raccontavano nel “nostro” quartiere di Villa Ospizio, dove sorgeva  il  manicomio “San Lazzaro” . L’unico prestito dall’italiano è la parola pazzia che chiude il testo, qui utilizzata per  mantenere la rima  con il verso precedente (in dialetto si sarebbe dovuto utilizzare  il termine matâna ).

UN MATTO
(dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
E non riesci ad esprimerlo con le parole
E la luce del giorno si divide la piazza
Tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa.

E neppure la notte ti lascia da solo:
Gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro
E sì, anche tu andasti a cercare
Le parole sicure per farti ascoltare
Per stupire mezz’ora basta un libro di storia
Io cercai di imparare la Treccani a memoria
E dopo “maiale”, “Majakovskij”, “malfatto”,
Continuarono gli altri fino a leggermi “matto”

E senza sapere a chi dovessi la vita
In un manicomio io l’ho restituita
Qui sulla collina dormo malvolentieri
Eppure c’è luce ormai nei miei pensieri
Qui nella penombra ora invento parole
Ma rimpiango una luce: la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita
Le regalano ancora erba fiorita
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
Di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina
Di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia:
“Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.

UN MÂT
(dedrē da ógni sēmo a gh ē un vilâg)

Té prōva ad avèir un mònd in dal cōr
E cavêrgla mia a dîrel cun al parôli
E la lûş dal dé la s’divéd la piâsa
Tra un vilâg ch’al réd ed té, al sēmo, ch’al pâsa.

E gnânca la nôt la t lâsa da té:
Ch j êter insògnen se stès, lōr te t l insògn té.
E sé, ânca té t andrés a serchêr
Al parôli sicûri per fêret scultêr
Pr’ incantêr mèş ōra, l ē asê un léber de stôria
Mé a j ò serchê d imparêr la Treccani a memôria
E dôp “maiale”, “Majakovskij”, “malfatto”,
j ân cuntinuê ch j êter fîn a lēşrom “matto”.

E sèinsa savèir la véta csa l’ē
In un manicômi mé l ò dêda indrē.
Ché in dla culèina e dôrom mêl luntēra
Epór gh ē dla lûs in di mé pinsêr
Ché in dal berlóm adès invèint dal parôli
Mó am mânca ’na lûs: la lûş dal sōl.

I mé ôs e regâlen ancòra a la véta
E gh regâlen ancòra l’êrba e ’na margaréta
Mó la véta l’ē armêşa in dal vōş in surdèina
Ed chi à pêrs al sēmo e a j piânş in culèina
Ed chi ancòra al fà scultèin cun la stèsa ironía:
“generōşa la môrt ch al l à s’cianchê a la pazzia”.

 

L’ultimo brano, Il suonatore Jones, è certamente quello più complesso a detta dello stesso De André, che vide in questo personaggio dell’Antologia il suo alter ego:

Fabrizio De André intervistato da Fernanda Pivano
Non c’è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per puro divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt’altro che facile. Capisci? Per Jones la musica è un mestiere, è un’alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire il suo esempio.

 

Il suonatore Jones compare già nella poesia d’apertura dell’Antologia  e dell’album (The hill – La collina) che così viene presentato nel testo originale e nella versione di De André:

Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento,
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.

La storia “narrata” sulla lapide del violinista Jones (Fiddler Jones è il titolo originale del brano) è quella di un uomo che ha seguito ciò che gli suggeriva il suo cuore. Pur avendo ereditato molta terra, la lascia per  dedicarsi totalmente alla musica. Là dove un mulinello di polvere avrebbe preoccupato un agricoltore come segno della siccità, per Jones il pensiero va alla polvere sollevata dal ballo di una giovane donna.  De André fa sua questa scelta di libertà del suonatore Jones e sviluppa il tema inserendo ancora una volta riflessioni non presenti nel testo originale. Solo nel finale, in chiusura del brano,  De André riprende in modo quasi letterale le parole di Masters, con la principale sostituzione del violino con un flauto:

Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Finii con i campi alle ortiche,
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco 
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

 

del suonatore Jones, Fabrizio De André ha detto:
“Jones il suonatore indica la vera via alla felicità. Vive in campagna, lontano da tutto e da tutti, assaporando la meravigliosa musicalità che esprime la natura. La morale del mio Spoon River è quindi: ‘Contentarsi di poco per vivere felici’. Proprio come dice Jones il suonatore”

Nella traduzione di Luciano Cucchi, adattata alla realtà reggiana, il nome del suonatore  diventa Delmo, e Jenny è sostituita da Gianna. Inoltre, per ragioni metriche, è stato modificato il verso di chiusura della seconda strofa. Prestiti dall’italiano sono: sicitê, che in dialetto può essere tradotto con termini come arséss (desueto) o il più comune sèch; rimpiânt, termine non presente nel nostro vocabolario, che propone invece ascarésa, âscra o il sinonimo pintimèint.

IL SUONATORE JONES

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni,
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato,
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare

Finii con i campi alle ortiche,
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

DÉLMO AL SUNADŌR

Indun mulinèl ed pōlvra
ch j êter e gh evdîven sicitê
a mé m ricurdêva
la vèsta dla Gianna
indun bâl ed soquânt ân indrē.

Sintîva la me tèra
vibrêr ed sòun,
l ēra ‘l me cōr
e alōra perchè lavorêrla incòra
pinsêr a quând l’ē tóta in fiōr

Libertê a l’ ò vésta durmîr
indi câmp già semnê
a ‘l cēl e a la grâna,
a ‘l cēl e a ‘l amōr
protèta da ‘l fîl espinê

Libertê a l’ ò vésta şdeşdêres ôgni vôlta ch j ò sunê
pr un ciupèt ed putèli
a un bâl
pr’un cumpâgn imberiêgh.

E pó se la gînta la l sà
e la gînta la l sà ch et sê sunêr
l ē sunêr ch et tòca
per tót la véta
e t piêş lasêrt escultêr.

L’ē finîda cui câmp agli urtîghi
L’ē finîda cun un viulèin scavsê
e un réder bûgh
e ricôrd tânt
mó gnânch un rinpiânt

 

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