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I CICLÉSTA RÒS ED RÈŞ

 

Banda musicale in bicicletta – Roberto Sevardi. [ca. 1910] Fototeca Biblioteca Panizzi

«Il socialismo può solo arrivare in bicicletta».
José Antonio Viera Gallo

 

Nel nostro girovagare con il pensiero alla ricerca di tracce storiche e culturali lasciate dalle biciclette sulle strade reggiane, ci siamo imbattuti nei ciclisti rossi: Reggio fu la prima città ad avere la prima associazione di ciclisti rossi in Italia.

Se la Chiesa era tanto contraria al movimento ciclistico, viene spontaneo chiedersi cosa ne pensassero di questo “strumento del diavolo” i progressisti, in prevalenza socialisti in Emilia e repubblicani in Romagna. Inizialmente, anche a livello nazionale, la loro posizione non era molto diversa da quella della Chiesa, ma per ragioni ben diverse. Ciò che non piaceva ai progressisti era l’uso sportivo e competitivo della bicicletta che calamitava fortemente l’interesse dei giovani, distraendoli, a loro giudizio, dall’impegno politico e dallo studio.

Questo sentimento era profondamente presente anche nella nostra provincia e ancora nel 1909, quando ormai la bicicletta stava rapidamente diffondendosi, questa posizione ideologica era ribadita da Bruno Fortichiari, luzzarese, anni dopo tra i fondatori del PCI, che così scriveva:

“La grande maggioranza dei giovani si è lasciata attirare, avviluppare, attanagliare da una mania sciocca, inutile e snervante qual è lo sport. È l’abdicazione più gretta di ogni idealità, d’ogni entusiasmo, d’ogni fede, è il rifuggire dalla vita reale, dagli avvenimenti sociali, per isterilirsi in una funzione che, esagerata come è, fa il gioco della classe capitalista, interessata da tale stato inoffensivo di chi potrebbe invece darle del filo da torcere per l’energia e lo slancio se ben risvegliati.” [citato in Marco Fincardi: Biciclette rosse, in: Primo Maggio reggiano- Il formarsi della tradizione rossa emiliana, Camere del lavoro territoriali di Reggio e Guastalla, vol. II, 217, 1990]

 

La bicicletta accendeva già da anni l’interesse e la passione di tante persone e così come molti preti disubbidivano alle autorità religiose, ci furono molti dirigenti socialisti che compresero  l’importanza di questa “macchina” per i lavoratori e per la stessa organizzazione politica e sindacale.

La “pericolosità” della bicicletta per l’ordine sociale era stata intuita già nel 1898 dal generale Bava Beccaris, che in occasione della rivolta popolare a Milano, in cui prese a cannonate la folla, vietò la circolazione delle biciclette per il timore che socialisti, sindacalisti e anarchici potessero usarle per coordinare i loro movimenti. Solo due anni dopo, il 1° Maggio, a San Martino in Rio, alcuni giovani socialisti in bicicletta si diedero un gran da fare per organizzare la festa del 1° maggio del 1900, attirandosi le critiche e la satira della  stampa cittadina liberale.

Ma il fascino della bicicletta era così forte che nella sfilata del 1° maggio 1902 a Correggio si presentarono 50 ciclisti e circa 300, schierati in doppia colonna, furono quelli che sfilarono per la prima volta a Reggio Emilia nel 1904.

Sempre a Reggio, il 1° maggio 1905, un acceso discorso di Giovanni Zibordi,  deputato socialista e direttore del giornale prampoliniano La Giustizia, salutò più di 1200 ciclisti.

 

Intervento di Giovanni Zibordi alla manifestazione del 1° Maggio,
“Indubbiamente, il clou del successo spetta al corteo dei ciclisti. Chi li ha contati? C’è chi dice di averne contati fino a mille e quattrocento, e più ancora. Certo si passano le milleduecento biciclette. E dite poco? Un capitale di centocinquantamila lire, al minimo, e un capitale vivo attivo, circolante, a tutto beneficio … del socialismo! Un borghese ci guarda con una faccia che par che dica: «Figli di cani! E vogliono i miglioramenti? Te la darò io!».
No, caro uomo dell’ordine. Se tu sapessi quanti sacrifici, quanta aspettativa sono costate quelle povere giulie! Se tu considerassi il risparmio di tempo e di energia che permettono, e che va ancora in parte a beneficio della tua impresa! E ad ogni modo, vuol dire che la nostra non è una politica di affamati, un 1° Maggio di straccioni, ma è politica, è festa di lavoratori che hanno già conseguito – unicamente col frutto delle loro organizzazioni – dei benefici, e che pensano di conquistarne ancora, oh se lo pensano! Poveri e docili strumenti dell’uomo! …. Quanta filosofia in quelle ruote e in quegli ingranaggi, che esprimono il padroneggiare della intelligenza umana sulla inerzia della materia! E poi, che varietà! Ce ne sono, delle biciclette, di tutte le epoche, di tutti i modelli. Ce ne sono ancora di quelle, tipo 1891, col telaio spiovente, le pneumatiche elefantine, coperte di gloriose pezze, che quando vanno, ondeggiano e scricchiolano e si dimenano, che paiono cose animate. Ce ne sono invece delle altre «ultima serie», ultimo prodotto dell’eleganza e dell’economia. Delle altre, ancora, sono una vera collezione, una vera sovrapposizione, una combinazione più o meno armonica dei progressi dell’industria, dei certificati di tutti i padroni, cui hanno fedelmente servito, prima di passare all’ultimo e forse non definitivo. Ma quante e quante! Un amico mi dice che solo il corteo dei ciclisti, a quattro per quattro e con le macchine a mano, e avvicinate, occupano da porta S. Pietro alla Posta”.
da: Il corteo, La Giustizia, 3 maggio 1905

 

Furono dunque queste prime esperienze a convincere la Camera del Lavoro a creare nel giugno del 1905 la prima “Associazione provinciale dei ciclisti rossi, federata alla Camera del lavoro, con squadre paesane composte di almeno dieci componenti, ciascuna con un responsabile che fa da tramite con la Commissione provinciale che da Reggio coordina i ciclisti socialisti”.  All’associazione aderirono per primi i gruppi di Reggio, Bagnolo, Correggio, San Martino in Rio e Rubiera.
Le finalità dell’Associazione erano “di contribuire con gite di propaganda, servizi di comunicazione, convegni di ogni genere, allo sviluppo delle organizzazioni operaie, al lavoro elettorale, e per la conquista dei pubblici poteri per il progressivo elevamento delle classi lavoratrici”..

Nel 1906 il raduno ciclistico di aprile, in preparazione della sfilata del 1° Maggio, e quello successivo della festa dei lavoratori assunsero anche un significato di protesta contro l’imposizione di una tassa sul possesso della bicicletta, tassa che resterà in vigore fino al 1938! La bicicletta – si affermò in quella occasione – “non poteva essere considerata un oggetto di lusso, ma un vero e proprio strumento del mestiere, reso indispensabile per i nuovi bisogni del lavoro e come tale doveva essere sottratta al dominio del fisco”.

In quello stesso anno il ruolo dei ciclisti rossi cominciò a cambiare: non più solo un servizio d’ordine per la manifestazione del 1° Maggio ma anche di contrasto politico. Nel 1904, molti cittadini preoccupati dall’avanzata impetuosa dei socialisti, avevano formato un partito che i socialisti stessi chiamarono Grande Armata. Questo partito vinse le elezioni amministrative e fece perdere il seggio di deputato a Camillo Prampolini.

 

Teatro Arioso – Banchetto dei sostenitori della Grande Armata in occasione delle elezioni amministrative del 1904 Teatro Ariosto Fonte immagine: Biblioteca Panizzi

 

Ebbene, nell’aprile del 1906, i ciclisti rossi, eludendo il controllo della polizia, si riversarono in massa al Mauriziano, dove stava per iniziare un convegno della “Grande Armata”: per i reazionari “gridavano come ossessi, fischiavano, insultavano e volevano entrare in sala, mentre sapevano che quella festa era privata”, mentre per i giornali socialisti non vi fu alcuna violenza. Queste azioni di contrasto si ripeterono poi in diverse occasioni nei confronti dei cattolici e dei loro festeggiamenti del 1° Maggio.

 

 

Nel 1909 si disputò la prima edizione del Giro d’Italia alla cui nascita contribuì un reggiano d’adozione, Armando Cougnet. Il successo popolare di questa gara ciclistica, ravvivò la discussione in casa socialista sulla posizione da tenere nei confronti dello sport e del ciclismo in particolare. In un congresso di giovani socialisti a Firenze nel 1910, se da una parte si riaffermò la linea di intransigenza nei confronti dello sport, dall’altra vi fu un tentativo di apertura di Ivanoe Bonomi, verso  un fenomeno che era largamente seguito dalle masse popolari.

Al dibattito che ne seguì partecipò con una lettera al giornale l’Avanti anche Giovanni Zibordi, che condivise solo in parte le posizioni di Bonomi preoccupato da una generazione di giovani:

 

“che trascurano l’organizzazione, i circoli i giornali nostri e la politica, per darsi eccessivamente, unicamente, squilibratamente allo sport: cooperando inconsciamente a preparar a sé e alla classe operaia in genere quel vicolo o quel ristagno, a cui senza dubbio, per istinto o per calcolo consaputo, pensa la Borghesia, quando per mezzo dei suoi giornaloni diffonde il microbo contagioso della infatuazione frenetica sportiva, malattia ben diversa dal sano sport praticato come uno degli aspetti dell’esistenza umana e della vigoria giovanile”.

 

Sembrò in quell’anno che due anime si andassero configurando all’interno del movimento socialista nel giudizio sul ruolo dello sport e del ciclismo in particolare.

La cacciata di Bonomi dal Partito Socialista da parte di Benito Mussolini nel Congresso di Reggio Emilia del 1912 interruppe questo dibattito e lasciò campo libero alle posizioni massimaliste, mentre i mazziniani in Romagna si dimostrarono già allora più disponibili ad accogliere anche il lato ludico e sportivo della bicicletta.

Il 23 giugno 1912 venne convocato il primo Convegno nazionale dei Ciclisti rossi ma la delegazione reggiana di 30 ciclisti con fanfara “naufragò” a causa del maltempo e dovette fermarsi a Bologna. La nascita della Federazione Nazionale dei ciclisti rossi venne così posticipata all’agosto 1913 e sostanzialmente immutato restava lo scopo dell’organizzazione, concepita come “ un mezzo di propaganda per dedicarsi periodicamente alla divulgazione e alla propagazione delle idealità dei principi socialisti, di solidarietà e di emancipazione proletaria”.

Un successo importante il movimento dei ciclisti rossi lo raggiunse nel settembre 1912 quando a Imola si tenne un raduno di oltre 700 ciclisti. La cronaca di quel giorno racconta che “mentre al suono dell’Inno dei Lavoratori i ciclisti brindavano al socialismo, giunse accolta da una scrosciante ovazione, la squadra dei Ciclisti socialisti di Reggio Emilia con sette componenti con bracciale e vessillo. E’ impossibile descrivere l’entusiasmo suscitato dall’arrivo delle sette staffette socialiste provenienti dal reggiano”. [riportato in Pivato S., Storia sociale della bicicletta,Il Mulino, 2019] 

Il ciclista rosso era tenuto da Statuto della federazione ad una rigida disciplina, compresa la giustificazione della assenze ai raduni, puntualmente registrate a seguito di appello. I ciclisti dovevano indossare il distintivo sociale, la maglia rossa o, in mancanza, una fascia rossa al braccio con riportato il nome della sezione cittadina cui era affiliato. Talvolta portavano bandiere rosse.

Per favorire lo spirito di appartenenza all’organizzazione, venne stipulato un contratto con una ditta produttrice di biciclette, per un modello chiamato Avanti, con lo stesso nome del giornale socialista, e successivamente venne anche consigliato ai ciclisti rossi di utilizzare i pneumatici “Carlo Marx”– pneumatico dei socialisti italiani, la gran marca rossa invincibile–.

 

 

Nel giugno 1914, ad Ancona Benito Mussolini, a quel tempo socialista, Pietro Nenni e l’anarchico Enrico Malatesta convocarono una manifestazione antimilitarista al termine della quale la forza pubblica uccise tre manifestanti. L’indignazione socialista per questo evento portò allo sciopero della cosiddetta settimana rossa, e determinò episodi di intimidazione nei confronti degli avversari che coinvolsero anche i ciclisti rossi reggiani, che vennero duramente attaccati dalla stampa moderata.

Al termine della Grande Guerra molte cose cambiarono e anche i ciclisti rossi cominciarono a trasformare le gite di propaganda in scampagnate, anche se non fu così per la squadra di ciclisti rossi che scortarono le salme di due lavoratori uccisi dai fascisti il 1° Maggio, nel trasferimento da Reggio a Cavriago.

Dopo il 1921 i ciclisti rossi reggiani scompaiono dalle cronache cittadine e dai documenti d’archivio.

 

Armando Cougnet
Armando Cougnet nacque a Nizza nel 1880, ma già nel 1889 la sua famiglia si trasferì a Reggio, in una villa di proprietà in Via Adua. A 18 anni, per lavorare alla Gazzetta dello Sport, si trasferì a Milano in bicicletta. Nel 1902 assunse la direzione amministrativa del giornale. In particolare, per due anni (1911 e 1912) fu proprietario unico della Gazzetta.
Fu il principale artefice dell’istituzione della prima Milano-Sanremo nel 1907. Venuto a conoscenza che il Corriere della Sera voleva istituire il Giro d’Italia, sulla scia del Tour de France, scippò l’idea al Corriere e organizzò il primo Giro nel 1909, che partì da Milano il 13 maggio, alle ore 2 e 53 del mattino!

 

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