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Giovanni RAMUSANI (1851 – 1923)

Nasce a Reggio Emilia nel 1851 e muore a Bologna nel  1923. Architetto e Ingegnere capo del Consorzio delle Bonificazioni reggiane e di Parmigiana Moglia, ebbe un ruolo determinante negli interventi  di bonifica e di regolazione delle acque del territorio reggiano.
Sempre interessato alla politica cittadina, fu consigliere comunale a Reggio Emilia prima (1885-1904) e nel Consiglio Provinciale poi (1906-1920), in rappresentanza del collegio di  San Polo.

*

E’ considerato il maggiore poeta satirico in dialetto reggiano.

Di temperamento battagliero, nel settembre 1877 fondò il giornale satirico Prusproun (Giurnel seinsa preteisi) pubblicato fino all’agosto 1882, per ben 218 numeri.  Il giornale era interamente scritto in dialetto da Ramusani e da due suoi collaboratori. In esso vennero pubblicati numerosi sonetti di carattere politico nei quali criticava tutti coloro che abusavano della fiducia del popolo reggiano.

Di volta in volta bollato come reazionario, conservatore, liberale o codino Ramusani era  critico verso i vecchi partiti di quel tempo e i nuovi che stavano sorgendo, restio a sentirsi vincolato ad una precisa ideologia.

 

Frontespizio dell’ultimo numero del Prusproun
del 1 ottobre 1882

 


 

Oggi è difficile comprendere appieno il significato  di quelle satire (e talora anche certe parole dialettali) , ma “questo è il fato che grava sulla poesia satirica: “quanto più è bella ed efficace, deve considerarsi come il prodotto del momento, il quale passa , e alla poesia è tolto il merito che essa ha del suo soggetto” come ebbe a scrivere Naborre Campanini nella prefazione alle Poesie Dialettali di Giovanni Ramusani, raccolta pubblicata per il cinquantenario degli Artigianelli nel 1923, a pochi mesi dalla morte del poeta.
Tuttavia, molti vizi della politica sono ancora gli stessi e a volte i versi di Ramusani sfiorano  il comune sentire di molta parte dell’opinione pubblica dell’Italia di oggi. Si legga, ad esempio I parti, pubblicata nel novembre 1889 in occasione delle elezioni amministrative di quell’anno.

I parti

Ritente che al mond tot coma l’è,
Al n’è po’ brisa brutt cme el volen fèr!
Mò, pr’eseimpi, guardèl in sti dé chè,
E dzi s’an gh’è da réder, da cherpèr!

I candidè, tutt quant occupè d’sé,
E zèirchen tutti el stred pr’en strambucchèr,
E l’elettour, chan sa né et tè né ed mé
An sa più con che corda fers’stranglèr.

Perché un egh dis: Dè al vòut al tèl di tèl!
Cl’eter, No zà, vutè per la me lésta!
E un ètr: Al cazz, vutè pr’i liberèl!

E in mezz ai moderè e ai progressista
L’elettor an capiss, e quest l’è al mèl,
Che un gh’i taia, puvrett, ch’l’eter gh’i pésta!

*

I partiti

[—]  che il mondo preso com’è
non è poi brutto come lo vogliono fare!
Ma, per esempio, guardalo in questi giorni,
e dì se non c’è da ridere, da crepare!

I candidati, tutti che pensano a sé stessi,
cercano ogni strada per non inciampare,
e l’elettore, che non sa né di te né di me
non sa più con quale corda farsi strangolare.

Perché uno gli dice: Date il voto al tal dei tali!
L’altro, No, votate per la mia lista!
E un altro: Al cazzo, votate per i liberali!

E in mezzo ai moderati e ai progressisti
L’elettore non capisce, e questo è il male,
che uno glieli taglia, e l’altro glieli pesta!

Novembre 1889

In occasione delle elezioni amministrative dello stesso anno
(da Poesie politiche in dialetto reggiano, a cura di Ercole Camurani,
Mattioli 1885 editore, 2013)

 


 

Ercole Camurani, curatore della raccolta delle Poesie Politiche in dialetto reggiano, indica la scala del politicamente scorretto che ritroviamo nelle poesie di Ramusani “difetti fisici, condiscendenza ai luoghi comuni antigiudii; all’antifemminismo di maniera nell’aurorale proporsi di una emancipazione femminile nei suoi vezzi; alla lotta di classe di ciechi risentimenti sociali, senza illuminazione di valori umani; all’antibigotteria di una religione imposta con formalismi esterni: contro una pedagogia che ha perso il valore del “frustino” capovolgendo il ruolo del maestro e dell’allievo”.

Ai Meister

Quand j éra un ragazól, j andèva a scóla
Da un cèregh muntanèr, da Dòn Pistèll,
Ch’l’insgnèva al becedari a forza ed sóla,
E cun un nèrev da fèr vèdr el strèll.

Jéra matt cme sètt vacch e na manzóla,
E al meister, ch am ciamèva al só flageèll,
Am fèva gnir al cul una brasóla,
Ma in tèsta, ed contraccoulp, agh gniva quèll!

Incö, vuvèter meistr e fèe al contrari:
Ev sj méss la pazinzia in t’i cojoun,
Ma i sculèr j in scavèzz, e j’in sumari!

E semnèe el gentilèzz per médr ingiórri:
E cun poch frutt egh armittj i pulmoun….
Tornèe al nèrev, ragazz, ‘quèst é al mé augórri!

*

Ai maestri

Quando ero un bambino, andavo a scuola
Da un chierico montanaro, da Don Pistelli,
Che insegnava l’abbecedario a forza di calci,
E con un frustino da far vedere le stelle.

Ero matto come sette vacche e una vitella
E il maestro, che diceva che ero il suo flagello,
Mi faceva diventare il culo come una braciola,
Ma in testa, per il contraccolpo, ci arrivava  qualcosa.

Oggi, voi maestri fate il contrario:
vi siete messi la pazienza nei  coglioni.
Ma gli scolari sono indisciplinati, e somari!

Seminate gentilezza per mietere ingiurie:
E ottenendo poco ci rimettete i polmoni ….
Tornate  al frustino, ragazzi, questo è il mio augurio!

 


 

Terminata l’esperienza del Prusproun, Ramusani continuò a scrivere poesie stimolato da innumerevoli occasioni conviviali alle quali molto volentieri partecipava, inserendo nelle sue composizioni quadretti di vita popolare osservati nelle attente frequentazione del popolo reggiano, presso il quale godeva di grande notorietà. Tra queste, la rappresentazione in versi  della Pasticceria Nazzani, il ritrovo dei moderati reggiani, è preziosa quanto l’immagine che qui riportiamo:

 

 

–E còst? Còst l’é Nazzan al bumbonér.
Cóll lé pr’i dólz et al dagh propria a taj,
Perché l’é un ch’ al cgnòss al só mistér,
E s’al vól, al s’ fa veint seinza vintaj.

Dal rèst, al mé ragazz, s’t jn vö un scandaj,
Va a tór na pasta o a bèver un biccièr!
‘T védrèe che 1é et mand via tótt i guaj
E lé at vin soul in meint di boun pinsér!

L’é veira che lé deintr in cóll negózi
Tótt i avventour en fann che mormorèr:
Mól fann unicameint pr’ en stèr in òzi,

Perché e sann che s’ ass éss da fèr l’esam
Sovra ed lour… E al padroun i làssel fèr?
Nazan? Nazzan a j tin per la réclam.

*

–E questo? Questo è Nazzani il pasticcere.
Quello per i dolci è speciale,
perché conosce il suo mestiere,
e se vuole si può far vento senza ventaglio.

Del resto, ragazzo mio, se ne vuoi una prova,
vai a prendere una pasto o a bere un bicchiere!
Vedrai che lì ti passeranno tutti i guai
E lì ti verranno in mente solo dei bei pensieri!

E’ vero che lì dentro quel negozio
Tutti gli avventori non fanno che mormorare.
Ma lo fanno unicamente per stare in ozio.

Perché sanno che se si dovesse fare un esame
Su di loro…. E il padrone li lascia fare?
–Nazzani? Nazzani li tiene per pubblicità.

 


 

La sua principale opera dialettale è El Ciacer dla Sgnora Margaretta con la Sgnora Ruseinaopera ispirata alla Sgnera Cattareina di Alfredo Testoripoeta e scrittore bologneseSi tratta di un (quasi) monologo che raccoglie in 71 sonetti “le critiche, i brontolii, le lodi, i vanti e le ingiurie di una vecchia reggiana conservatrice non perché persuasa che nel passato tutto fosse migliore, ma perché è persuasa che i tempi non cambiano che esteriormente: e ciò crede per vero buon senso  popolano. Non è che diffidi della modernità: vede che c’è anche qui il suo bene, ma non si lascia ingannare dalle apparenze e perciò trova subito il punto debole di quelli che vogliono farlo credere” (Reto R. Bezzola, in: Gazzetta di Reggio 30 aprile 1959).

 

Eh! purtròpp e capéss, la gh ha ragioun
Agh é da stèr allégri cun st invèren!
Agh vól éter che del bouni intenzioun!
Cun el bouni intenzioun as va a l’infèren!

Perché ste mònd l’è propria buzzaroun
Ee l’hann ridòtt pó péz e sti modèren,
Ch’ j’ hann in bòcca la solita canzoun
Che còst l’é al sècol ed l’amour fratèren!

Va là che cun st’amour agh é un bèll sugh!
Mó sala in dó ‘l cónsést tótt e st’amour?
L’é cmé l’umanitèe dél sanguisugh!

El sanguisugh el gh hann l’umanitèe
Che succ’n al sanghev, mó per bèvrel lour,
Miga per fèr dal bein a l’ammalèe!

*

Eh! purtroppo capisco, ha ragione
C’è da stare allegri con quest’inverno!
Ci vuol altro che delle buone intenzioni!
Con le buone intenzioni si va all’inferno!

Perché questo mondo è proprio rozzo
E l’hanno ridotto ancor peggio questi moderni,
che hanno in bocca la solita canzone
che questo è il secolo dell’amore fraterno!

Va là che con quest’amore è una bella storia!
Ma sa in cosa consiste tutto quest’amore?
E’ come l’umanità delle sanguisughe!

Le sanguisughe hanno umanità
Perché succhiano il sangue, ma per berlo loro,
non per fare del bene all’ammalato!

 


 

Nella  raccolta In Ghett, Ramusani rivolge la sua satira, tirata fino ai limiti della caricatura,  agli ebrei che vivevano a Reggio, soprattutto per il loro attaccamento al denaro. In questi sonetti Ramusani utilizzò un dialetto “alterato”, che richiamava quello parlato dagli ebrei, e che noi (purtroppo) non abbiamo mai sentito, dimostrando una grande abilità tecnica nel piegare il dialetto a suo piacimento. Un esempio eloquente di tutto questo è il sonetto  Il padre alla figlia.

 

NOZ IN GIUDEA
Al pèder a la fiōla

Intanta che al Morèno(1) ze prepara
A dar la baracà(2) de Zalomón,
O pèrla d’Jzraèll, azcolta e impara
Del pàder zconzolà la commozión!

Zolament te penzazz, anima cara,
Tutt quèll che te me cózti in zt’ occazión,
Podarèzz figurarte quanto anmara
Me rièzza la to zeparazión!

T’ho dà gioie, corrèdo, piziutim(3),
Che zól i Goim(4) zann còzz jn cóztà!
Per farte l’invidiada in fra i Judim(5).

Ma al moment del diztacch da la famja,
De zti rób, te domandi, in carità,
Che nó te vèdda, quand li porti via!

NOTE: (1) Rabbino, (2) Benedizione(3) Denari(4) Cristiani, (5) Ebrei

*

NOZZE IN GIUDEA
Il padre alla figlia

Intanto che il Rabbino si prepara
A dare la benedizione di Salomone,
O perla d’Israele, ascolta e conosci
Del padre sconsolato la commozione.

Solamente pensassi, anima cara,
A tutto quello che mi costi in questa occasione,
Potresti figurarti quanto amara
Mi sia questa separazione!

Ti ho dato gioielli, corredo e denari,
Che solo i cristiani sanno quanto sono costati!
Per far si che tu sia l’invidiata tra gli Ebrei.

Ma al momento del distacco,
Da queste cose, ti chiedo, in carità,
Che non ti veda, quando li porti via!

 


 

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