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FERVÊR, MÈIŞ DAL MÂSCRI D CARNEVÊL

 

Jan Lingelbach – Carnevale romano (particolare)

 

Filastròca ’d Carnevêl

Carnevêl in filastròca,
cun la mâscra in sém’ la bòca,
cun la mâscra in séma a j ôc,
cun al pèsi ’nsém i şnôc:
în al pèsi ’d Arlechîn,
vistî ‘d chêrta, puvrinîn.
Pulcinèla grôs e biânch,
e Pieró l ē un seltinbânch.
Pantalòun di Bisognōş:
-Oh Clumbèina mé te spōş!
Per Gianduia un dòuls tant bòun
gnân un pcoun a j dà a Sandròun,
e Giupèin cun al randèl
’l ciâpa sòta Stenterèl.
Per furtûna Balansòun
gh fà la só medicasiòun:
cunsulom’s l ē Carnevêl
e ógni schêrs p’r incō al vêl!

Filastrocca di Carnevale
Gianni Rodari

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:
sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi
Colombina, dice, “mi sposi?”
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne dà niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: È Carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.

 

Questa è la nostra libera versione in dialetto reggiano di una famosa filastrocca di Gianni Rodari dedicata alle maschere del Carnevale.

Rodari è stato uno scrittore molto amato da grandi e piccini, molto legato alla nostra città per i suoi rapporti con Loris Malaguzzi, fondatore delle Scuole Comunali dell’Infanzia di Reggio Emilia, le insegnanti e gli insegnanti delle stesse (a cui dedicò nel 1973 il pluritradotto libro “La grammatica della fantasia”), e con il mondo dei Burattini di Otello Sarzi.

 

 

Oltre a ciò, Giovanni Rodari (per tutti Gianni), il 25 aprile del 1953 sposò la signora Maria Ferretti, nata a Rubiera : il dialetto reggiano lo avrà sicuramente ascoltato dalla moglie e dalla famiglia rubierese.

La decisione di tradurre Rodari in dialetto nasce soprattutto dal desiderio di creare un testo che possa essere letto ai bambini, essendo convinti che la nostra léngua mêdra debba essere insegnata ai più piccoli alla pari dell’italiano e delle altre lingue.

Abbiamo però preferito non tradurre fedelmente la filastrocca per due ragioni. La prima, è che abbiamo cercato di rispettare il più possibile la metrica per mantenere il ritmo della filastrocca: cosa non sempre possibile quando si vuole tradurre fedelmente le parole dell’autore.

La seconda ragione sta nella trasgressione del testo ai versi 11 e 12: tra tante maschere abbiamo voluto inserire anche Sandrone (Sandròun). Molti reggiani ne hanno sentito parlare, la ritengono la maschera cittadina, ma sulla sua origine e chi sia oggi il Sandròun che sta in mezzo alle altre maschere del carnevale c’è molta confusione.

Un personaggio di nome Sandrone circolava in Emilia già alla fine del Cinquecento in alcune opere di Giulio Cesare Croce, il famoso autore di Bertoldo e Bertoldino. Il Sandrone di Croce non si consolidò però in un personaggio con caratteri costanti, nonostante le sue vicende fossero comunque ambientate nel mondo rurale.

Attorno al 1730 compaiono a Reggio Emilia dei lunari dedicati a tale Sandròun Zigolla da Ruvelta, strolègh modern, un nome evidentemente di fantasia, sotto il quale si celava, dicono gli studiosi, il sacerdote Don Domenico Rovatti. Di questi lunari (calendari preceduti da commediole, proverbi, modi di dire, previsioni del tempo – ovviamente molto generiche, es. fumana per il 21 gennaio –  se ne sono conservati cinque, composti negli anni fra il 1557 e 1767, che consentono di tracciare le caratteristiche di questo personaggio che, è bene precisare, non indossò mai una maschera di Carnevale nonostante Ugo Bellocchi lo abbia definito “la maschera reggiana per eccellenza”.

 

La figura di Sandròun Zigolla da Ruvelta, come ci è pervenuta dai suoi Lunari

 

Come il Sandrone di Giulio Cesare Croce, Sandròun Zigolla è un contadino ma con tratti ben definiti e costanti: contempla le stelle, prevede le stagioni, consiglia le vedove, educa i giovani e compila i lunari.

Al nome, Sandròun (derivato da quello di battesimo – Alessandro – a causa della sua notevole stazza), l’autore ha aggiunto un cognome, Zigolla, per indicare il legame di questo personaggio con la terra. E ci viene indicata anche la sua provenienza (da Ruvalta, cioè Rivalta). Scelta che molti ritengono non casuale. Va ricordato che in quegli anni venne costruita a Rivalta la famosa “Reggia” per il principe ereditario e futuro duca di Modena e Reggio Francesco III d’Este. Lì la corte viveva negli agi e nel lusso, in contrapposizione alla povertà e alla dura vita dei contadini.

Infine, Sandròun è un stròlegh modern, un astronomo perché calcola le feste mobili come la Pasqua, i periodi di digiuno secondo i precetti della Chiesa, ecc.

Quindi Sandròun era un personaggio che si poneva in polemica con un mondo povero di valori, e che si divertiva ascoltando il rozzo linguaggio dei contadini. Era un contadino astuto e bonario, che in gioventù aveva fatto un qualche studio, ma senza troppi risultati tanto che a volte si esprimeva in italiano maccheronico, con una fortissima influenza dialettale. Nell’ultimo Lunario dice ad esempio : « Non  avrei mai pensato, ne manchi mi sarìa mai insuniato di  avere con il mio lunario incuntrato tanto cun i miei signori Risani e per avermi per tanti anni tulirato, signo  evidente che ànno del genito verso di me, mentre cercavano  tutti se ci era Sandrono; al che sentire mi è venuto un  tusiasmo e_con molto mia statifazione per l’ultima Volta  volerli servire benchè con gran fadiga per essere avanzato  in ità, favo conto di lasciar cosito, ma per non stare tanto  supplito nell’ ozio, ho arsolto di dare alla lusa queste due  righe per suddisfare la voja di chi brama sentirmi un’altra  volta. Cumpatiranno le mie dibolezze perchè non posso più ramparmi su dei monti per scuprir le stelle. Addio».

Nell’Ottocento questo Sandròun Zigolla scompare quasi totalmente dalle cronache (ma un secolo dopo ispirerà la figura di Mingone da Bibbiano).

Compare invece un burattino con lo stesso nome  destinato ad avere un grande successo e trasformarsi in una maschera ancora presente e attiva nella città di Modena, con alcune caratteristiche simili a quelli di Sandròun Zigolla.

Questo nuovo Sandrone venne creato da un certo Luigi Campogalliani, un burattinaio carpigiano. Il Campogalliani aveva conosciuto un suonatore cieco e cantastorie che un giorno gli disse: “Campogalliani dovresti mettere fra i tuoi burattini mio padre Aleessandrino o Sandrino; Luigi allora studiò il padre dell’orba, che volendo parlare “in parola finita” anzi addirittura in italiano, sbardellava spropositi madornali. Questo carattere comico gli piacque e lo pose sulle scene col nome di Sandrone facendo nascere la maschera modenese che mi doveva rendere … devo dirlo? Famoso”.

Questa narrazione della nascita del burattino è dovuta a Giulio Preti, un burattinaio nativo di Rolo, che conobbe Luigi Campogalliani e i suoi figli. Giulio Preti in realtà ebbe un ruolo decisivo per il successo della maschera, che venne da lui perfezionata, dandole in nome di “Sandròn Paviròun dal bosch ed satta da Modna”. Da questa definizione ne è derivata una disputa tra reggiani e modenesi sulla primogenitura di questo personaggio.

Gli studiosi reggiani hanno sostenuto che a Modena non è mai esistito un luogo chiamato Bosco di Sotto, mentre nel reggiano esiste Cadelbosco Sotto, segnato sulle mappe del tempo proprio con il nome Bosco di Sotto. Tuttavia, fino al 1859, Reggio era parte del Ducato di Modena e l’appellativo “da Modna” può essere così giustificato. Sembra inoltre che il debutto di Sandròun sia avvenuto nella Corte della Barisella, nel territorio di Cadelbosco Sotto.

I caratteri originari di questo burattino erano quelli di un contadino, capace solo di parlare un italiano sconnesso, frammisto al dialetto, rivelando la sua ignoranza quando si trovava in un ambiente che non conosceva, ma nello stesso tempo era astuto e competente negli affari che gli stavano a cuore. È una figura comica e nello stesso tempo dignitosa, esperta nelle faccende della realtà in cui vive.

 

La figura del Sandròun di Carlo Preti, figlio di Giulio, e quella del bolognese Filippo Cuccoli

La storia di Sandròun non è finita qui. Infatti, il burattino modenese di Campogalliani vene portato a Bologna nel 1811 e divenne ben presto il personaggio principale della baracca di un burattinaio bolognese, Filippo Cuccoli. Con il passare del tempo dovette vedersela con il beniamino locale, Fagiolino, servitore molto furbo e intraprendente. Dapprima ne fu la spalla, poi finì per essere relegato in ruoli di secondo piano, sostituito dall’altra maschera bolognese che stava emergendo, Sganapino. Inoltre, i burattinai bolognesi ne cambiarono l’aspetto, rendendolo più vecchio e brutto. Non solo, all’ignoranza del personaggio, dovuta alle sue umili origini, aggiunsero anche la stupidità.

Forse è per questo che ancora oggi noi reggiani definiamo sandròun una persona  molto sciocca, uno stupidone?

 

Bibliografia

Le informazioni per questo testo sono tratte da:
Ugo Bellocchi: Il Settecento. Sandrone, in “Il Volgare reggiano”, 1976, vol. 1
Riccardo Finzi: L’origine reggiana della maschera di Sandrone , Il Pescatore Reggiano, 1972. Bizzocchi editore
Remo Melloni, Sandrone. In Di Reggio in Reggia – Sandròun Zigolla da Ruvelta, 16-23 giugno 2013 . Comune di Reggio Emilia

2 Responses

  1. Un’osservazione da fare a … Gianni Rodari: Balanzone non è medico, ma uomo di legge (avvocato), non fa medicazioni!

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