LÉNGUA MÊDRA

Rèș e la nôstra léngua arsâna

ETIMOLOGIA

S

Sagatèin

Sagatèin: beccaio israelita, deverbale da “sagatêr”: sagattare ossia macellare gli animali
secondo l’ ebraico “shechitah”: macellazione degli animali secondo il rito. Nel libro “Storia degli ebrei di Scandiano” di Daniela Bergonzoni (1998), l’autrice, illustrando il privilegio dato da Giulio Boiardo (nel 1547) a tale Vitale da Loddo, cita il capitolo XII che recita: «Che ditti Ebreo et soi ut sopra possino e vogliano sagattare et uccidere le loro bestie et ogni animale morticìno et che li bechari di Scandiano ad instantia di esso Ebreo et soi ut supra permettere che sagattano di le bestie che si occidiranno alli becharìe, acciò che detto Ebreo anco lui possi esser servito di carne.» Viene così commentato: «La consetudine degli ebrei di mattare le bestie secondo il loro rito era così diffusa che nei documenti il verbo “shachat”: macellare ritualmente, veniva spesso reso con termini latini o italiano di nuovo conio, in questo caso viene usata la parola “sagattare”».

Salsésa / sunsésa

Salsésa / sunsésa: salsiccia, dal tardo latino ” salsīcia”, sovrapposizione di “salsus”: salato e “insĭcia”: ‘cicciolo, polpetta’ composto di “ĭn-” e un derivato di “sĕcāre”: tagliare, con mutamento, nel reggiano, di “-cia” in “-sa”. Il secondo termine reggiano “sunsésa” potrebbe derivare o aver subito l’influenza dal provenzale “sausissa” a sua volta dal francese “saucisse” che nel 1260 indicava: «mets constitué d’un boyau rempli de viande crue hachée et assaisonnée» ossia ‘piatto costituito da un involucro ripieno di carne cruda tritata e condita’. La prima attestazione nota del termine, anche se nella variante settentrionale “sossiça”, risale al XIII secolo, in un testo di area bolognese, in un componimento poetico in provenzale antico il “Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei”, del XIII secolo: «Troppo li costa cara la sossiça / del porco, e la carne arostita, / ch’eli cavòno for de la stalla / a Tibaldello». Nell’ italiano popolare spesso è usata anche la forma “salciccia” ritenuta equivalente perché percepita da molti come la più corretta per il semplice fatto che in essa appaiono evidenti e ben distinguibili gli ingredienti principali dell’insaccato: il “sale” e la “ciccia” cioè la carne, ma l’etimo chiarisce e giustifica la “s” centrale di “salsiccia”, per il fatto che il termine ha poco a che fare con la “ciccia” infatti secondo i principali dizionari etimologici, la voce dal latino tardo “salsicĭa”, sovrapposizione di “salsus” e “insicĭa” ‘polpetta, a sua volta composto dalla preposizione “in-” e da un derivato di “secāre”: ‘tagliare’. La forma popolare viene nobilitata dalla penna di autori come Luigi Pulci, Pietro Aretino, Francesco Berni o Alessandro Tassoni che ne ” La secchia rapita” scrive: «si riscontrò con Sabatin Brunello / primo inventor dela salciccia fina, / che gli tagliò quella testaccia riccia / con una pestarola da salciccia».

Sampiròun

Şampiròun: zampirone, nota spirale che, bruciando molto lentamente, sprigiona un fumo repellente per le zanzare o altri insetti.   Il nome di questa spirale antizanzare è tratta dal cognome del suo inventore il veneziano Giovanni Battista Zampironi (1836-1906). Il suo marchio vive da più di 150 anni ossia da quando Zampironi aprì, in via Manin a Mestre, un laboratorio per la produzione di piccole piramidi tronche a base di polvere di piretro. Zampironi non è stato l’inventore della formula antizanzare, è invece stato un abile e perfino geniale diffusore di un prodotto, aggregandovi il proprio nome e marchio il prodotto stesso. Laureato in chimica ereditò dalla famiglia benestante, la gestione della farmacia “All’ Insegna della Fortuna”, situata in Campo San Moisè al civico 1494. farmacia all’ epoca molto conosciuta, frequentata anche da Friedrich Nietzsche e Italo Svevo. Ma quello che ha reso famoso il nome Zampironi è stata l’intuizione di commercializzare i piroconofobi a base di piretro. Piroconofobo, deriva dal greco “pyr”: fuoco, “cono”: cono e “fobos”: paura, un nome non troppo tranquillizzante e mal pronunciabile. Zampironi lo cambiò e lo trasformò in “fidibus insettifughi”,  nell’ Ottocento la parola “fidibus” (corda di strumento musicale) era molto conosciuta perché era il nome dato a un pezzetto di carta, tagliato regolarmente  e arrotolato su se stesso, che, acceso, serviva per accendere la pipa o il sigaro. Zampironi, creò anche una apposita scatola, con disegnati simboli grafici e con il suo cognome inciso sopra, promosse il  commercio  del suo prodotto con i mezzi più avanzati del tempo, partecipando anche ad esposizioni e fiere, anche di là dall’oceano, e con investimenti nella pubblicità sui quotidiani. La piramide “fidibus insettifughi” di Zampironi pesava 2,5 grammi, era alta 3,5 centimetri; bruciava in pochi minuti. La forma attuale, a spirale del prodotto per cacciare le zanzare, risale al secondo dopo guerra.

Şavâj

Şavâj: la parola zavaglio (al plurale “zavagli”, o in altri dialetti “zavaj”) è un termine di etimo incerto e usato per indicare un persona o un oggetto di nessun valore, riconducibile principalmente a due ipotesi d’origine: una orientale, mediata dall’antico italiano e la seconda dal nome proprio di un funzionario bolognese. La prima lo fa derivare dall’antico italiano “zavali”: persona di nessun conto, a sua volta legato al prestito turco “zavalli”: misero, meschino, derivato dall’arabo “zawãl”: declino o sparizione. Nel XIX secolo a Firenze si usava l’espressione «un povero zavali» per indicare qualcuno di cui non fare conto. La seconda da una tradizione popolare bolognese che lo fa risalire dal nome di un antico funzionario pubblico (lo “Zavaglio”) incaricato di inventariare qualsiasi bene ereditario di minimo valore o rotto, associando così la parola agli oggetti di scarto o alle cianfrusaglie. Questa figura si trova menzionata in “Collezioni e quadrerie nella Bologna del Seicento” scritto nel 1998 , da Raffaella Morselli e Anna Cera Sones.

Scutmâj

Scutmâj : nomignolo, soprannome; sembra che derivi dal tedesco “schuld” (antico alto tedesco “skult”): colpa, difetto (cambiato nel latino parlato “scult”) e da “mal”: ‘chiacchiera, predica, parlantina, discorso’, da questo a “scult-mal” per evidenziare o nascondere la caratteristica o il difetto della persona a cui viene assegnato. C’è da dire che ai tempi di Carlo Magno il termine “mal” veniva pronunciata “mail” forse per questo motivo il vocabolo è stato cambiato in “scult-mail” poi con il tempo si è perso la “l” e il risultato è stato “scut-maj”. Galvani ipotizza due soluzioni diverse, la prima da un vocabolo greco con il significato di “oscuro” nel senso da celare il vero nome e la seconda dal tedesco “schuld” e “mal” trasformate nel tardo latino “scult-mal” termine che indicava il reato o un difetto personale del soggetto trasformata nel tempo in “scult-mail” poi in “scut-mai”. Cortelazzo-Marcato riporta uno scritto del Salvioni del 1902 dove si propone l’origine da “costume”, nelle varianti “scutumàia” e “scolmàgna, cioè “secondo il costume”. Nel germanico c’è l’antico “spottname”: soppranome, composto da “spott-“: dileggio, sfottò, e “-name”: nome, ironico, beffardo, scherzoso e simili, che, attraverso diversi passaggi semantici, potrebbe avere un qualche collegamento con “scutmâj”.

Şgavèta

Şgavèta: matassa arrotolata su un rullo di legno. Origine incerta tra un francese “echevette” piccola matassa derivata da “échevau”: matassa che l’ “Ortolang” francese dice di ” probabile derivazione dal latino classico ” scăbellum”: sgabello che sarebbe stato utilizzato per designare gli arcolai che ricordano certi sgabelli a forma di X, quindi, per metonimia, saremmo passati dall’ arcolaio alla matassa; a partire dal latino volgare “scamnium” per “scamnum”: sgabello, scanno”, l’antico provenzale “escanh”: panca, sgabello e il femminile “escanha”: arcolaio nonché l’antico francese “escagne, escaigne”, l’ antico provenzale “escavel” il provenzale “escavel” ed “escabel” che significano sia arcolaio che matassa e, per “escabel” sgabello, illustrano questa evoluzione semantica, quindi, secondo questa lunga ricostruzione, “echevette” sarebbe derivata dal latino ” scăbellum”: sgabello. Altra origine sarebbe il latino-emiliano medievale del XIII secolo “gavecta” o “gaveta” con il significato diminutivo di “matassa” citata da Pietro Sella in ” Glossario latino-emiliano” del 1937 nella frase ” gavectas sive filzas de sirico diversorum colorum” ossia ‘ ” matasse (o rocchetti) ovvero filze di seta di diversi colori” citata in storici trattati di diritto penale (1230 circa). Sul GDLI: «Gavétta (giavétta),sf. Piccola matassa di fune sottile.  Latino medievale “gavecta” (nel 1299 a Bologna), probabilmente da “cavus” fune (con sonorizzazione dell’inziale); cfr. veneto ‘giavèta’». Sgavetta è anche il nome di un vitigno autoctono a bacca nera Emiliano, le cui prime notizie certe di coltivazione, nell’area tra Modena e Reggio, risalgono alla fine dell’800.

 

Şghégia

Pare derivi dall’antico alto tedesco “geicz”: voracità, gran fame; con la “s” intensiva, eliminazione della “i” e accorpamento cz→zz: sgeicz→sge(i)zza→sghessa→sghégia; la troviamo nel modenese “sghéssa”, nel lombardo”sgheiza, sgüssa”, nel piemontese “sgheisi, nel sardo “sghinzu” e persino nell’italiano antico “sghescia” ora pare in disuso.

Şgurêr

Şgurêr vt : lustrare, pulire, lucidare, mediante energico sfregamento, probabile dal latino medievale “scurare” adattamento del latino tardo “excurare” composto dal prefisso “ex-” con valore intensivo e dal latino classico ” cŭrāre “: provvedere a, occuparsi di, prendersi a cuore, prendersi cura di, curare, nel volgare: nettare, riordinare, detergere, pulire.
Dice il ” Dictionnaire de L’ Académie Francaise”: «Curer, XII siècle. Emprunté du latin classique curare, “soigner, prendre soin de ” et, en bas latin, “nettoyer” ». ossia: ‘Curer 12° secolo. Preso in prestito dal latino classico cŭrāre, “curare, prendersi cura” e, nel basso latino, “pulire” ‘.

Şmerglêr

Şmerglêr: piagnucolare, frignare, vagire, gemere, anche miagolare, il verbo “smergolare” non è presente nei vocabolari correnti. Si trova  nel volume 2 delle “Maccheronee” di Teofilo Folengo, del 1552 dove scrive: «smergolare: ‘idest’ (trad.: “cioè”) vociferare, gridando, cantare, ‘valde clamare’ (trad.: “gridare/piangere molto”).» Sul “Vocabolario dell’uso toscano” di Pietro Fanfani del 1863 si legge: «Smergolare. Dicesi di quel cantare monotono e nojoso che fanno per lo più le donne intente a qualche lavoro. (Vocabolario lucchese).» Il il più recente GDLI lo prende in nota e dice: «Smergolare, toscano, cantare in modo monotono e noioso. Voce di area lucchese, derivato  da “sbergolare” con la sovrapposizione di smergo». Alla voce “sbergolare” si legge «Parlare a voce molto alta. Voce di area pistoiese, composta dal  prefisso latino “ex-“,  con  valore intensivo, e da “bergolare”» del quale dice: « Antico ciarlare, cicalare, chiacchierare. Di etimo incerto: da raccostare a berciare». Probabilmente il termine dialettale è derivante da un percorso etimologico risultato da adattamenti e trasformazioni di diversi termini di origini toscane con principio, forse, da un non attestato “versiare”: fare versacci, 

 

Şôbia

Şôbia: giovedì, ha origini medioevali e deriva da “jovia”, da “Jòvis-die”, dall’aggettivo “jovius”   giorno di Giove, cioè giovedì. Pare che il vocabolo sia stato pubblicato per la prima volta nel “Glossario di Monza”  risalente forse ai primi decenni del X secolo,  che era un glossarietto bilingue romanzo-romaico, conservato nell’ultima pagina di un codice della Biblioteca Capitolare di Monza questo piccolo glossario (una sessantina di vocaboli) si pensa sia stato scritto per chi, a quel tempo, si fosse recato all’estero. Arrivato a noi attraverso trasformazioni regionali:  da “jovia” a “cobia / çobia / çuoba, zoba / zobìa / zoja / zuoba / zuebia / zuòbia / zóbia / zòbia”, a seguito della modificazione fonetica di alcune zone la mutazione della “z” in “g”: “giuebia / giobia”, nel reggiano mutata nella “ş”: “şôbia”. Nel XIII secolo “Zobia/çuoba/ çobia” ecc. con abbinato “santa” era il nome dato al giovedì precedente la domenica di Pasqua, in cui la Chiesa commemora l’ultima cena e l’istituzione del sacramento dell’eucarestia. Questo è uno scritto che si trova nel “Decalogo bergamasco” del 1178 circa, scritto, a quanto pare, da un poeta trovatore tal Colo de Perosa: “La zobia sancta Crist a san Petro disse: / «Chi de a giadi fere, a giadi perisse»”. Dal “Codice dei beccai” ferraresi del 1385 : «…e la çobia dì seguente dibia consegnare a i masari de la dicta scola soto pena de soldi v de marchesam per çascaduno animale.»

Spartôra o spartòura

Spartôra o spartòura: madia, cassamadia, ovvero quel grande cassone di legno irregolarmente rettangolare  (più stretto in basso e più largo in alto), in cui si mescolavano gli ingredienti. Un tempo, nella tradizione contadina, era usato per preparare l’impasto per fare il pane. Fornito di un coperchio sollevabile a cerniera, poggiava su quattro piedi o su un corpo inferiore con sportelli. Il termine deriva dalla sua funzione, ovvero l’atto di “spartire” (dal latino “partīri”) il reggiano con prefisso “s-” e suffisso”-ora” o “-oura” ossia scegliere/suddividere la farina e gli altri ingredienti per impastarli. Voce largamente attestata nel latino medievale a Bologna dal secolo XIV e  tuttora presente  nel  bolognese, modenese, ferrarese (“spartura da far al pan”), e reggiano, dove è anche chiamata, impropriamente, “Tulēr” (vedi). Giulio Bertoni nel “Profilo storico del dialetto modenese” del 1925 dice: «Spartora ordigno di legno entro il quale s’impasta il pane”».
In “Alcuni elementi di grammatica  del dialetto Lizzanese” A. Signorini scrive: «Spartora (spaltura): madia. Cassa per impastarvi il pane (s.f.)».
 

Squajêres

Squajêres: squagliarsi, sciogliersi, liquefarsi, soprattutto per mezzo del calore. Questo è il significato primario in italiano che potrebbe essere accettato anche in reggiano dove, per “sciogliersi, liquefarsi “, si usa preferibilmente “deşfêres” (a’s ‘m é deşfât al şlê), mentre invece il significato più usato è il toscano “svignarsela”: andarsene via in fretta e di nascosto, specialmente dopo aver commesso un atto disonesto o poco corretto, o per non dover rendere conto delle proprie azioni, per evitare un incomodo o una seccatura (che è anche il senso figurato in italiano). “Squajêres” e “squagliarsi” derivano entrambi da “quagliare” col prefisso privativo-negativo “s-“, variante regionale (centromeridionale per il GRADIT, centrale e meridionale per lo Zingarelli) di “cagliare” derivato dal latino volgare “coagulare” che proviene dal latino “coagulāre”: raddensare denominale di “coagulu(m)” (formato da “co(n)-” e un derivato da “cōgo, cōgis, coegi,  cōgĕre” di “agĕre”: agire.

Stóch

Stóch: stucco (antico “stuco”): impasto adesivo di vari componenti usato per lavori diversi come riempire o livellare un buco, un muro, un mobile, la carrozzeria di una macchina; si adopera anche come preparazione di superfici prima della lucidatura, e anche per l’esecuzione di decorazioni in rilievo.  Deriva dal longobardo “stuhhi”: crosta, intonaco, scorza.

Sugamân

Sugamân: asciugamano, in reggiano anche individuo furbo, scaltro, volpone, tipaccio, canaglia, filibustiere; riferito a bambino, birichino, monello, birbante, discolo. Quasi tutti i dizionari consultati riconducono l’ attestazione del termine al 1836, ma, grazie allo Zingarelli (che riporta come datazione prima del 1564), si suppone un’origine più antica del termine, è anche considerata una formazione tutta italiana, ossia un composto formato dal verbo “asciuga(re)” e dal nome “mano” (sul latino volgare “ex-sucare” + “mano”). Il reggiano invece pare derivato da “sugamanus” già attestata nel latino medievale in un testo di Aquileia del 1350. Dei secondi significati attribuiti nel reggiano da alcuni è fatta risalire a detti popolari, il termine è spesso usato in espresioni note, una di queste è “acva bâgna sugamân lêva”, con riferimento a quei ‘furboni’ che per far più presto a lavarsi le mani prima si bagnano con l’acqua poi, per finire l’ operazione di pulizia, usano l’asciugamano, lasciandolo così tutto sporco. Oppure  “èser fiōl dal sugamân” con il significato di “individuo concepito per colpa di un asciugamano” ossia nato dal ventre di una sprovveduta donna venuta casualmente a contatto con un canovaccio con tracce di sperma lasciato da qualche sconosciuto. In questo senso il nascituro sarebbe il figlio di N.N. ossia ‘figlio di nessuno’. Ma nulla di tutto questo è documentato.

Surbèt

Surbèt: sorbetto, tempo fa si intendeva il gelato ora è il nome generico di un dolce freddo al cucchiaio a base di sciroppo di zucchero, succo o polpa di frutta o anche vini e liquori in preparazione semidensa. Parrebbe derivato da “sorbire”, derivato dal latino “sorbēre” da “sorbĕo”: bere, sorbire, inghiottire, succhiare, ma non è così infatti deriva dal turco “şerbet”, che deriva a sua volta dall’arabo “sharāb”: bibita fresca.