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LÉNGUA MÊDRA

Rèș e la nôstra léngua arsâna

ETIMOLOGIA - C

C

Calamêr

Calamaio, calamaro, dal latino “călămārĭus” derivato da “călămus“: penna, a sua volta derivato da “kálamos” termine greco antico che indica il “calamo” che è una canna sottile di palude che, una volta appuntita, veniva utilizzata per scrivere con  l’inchiostro su “papiro” o “pergamena”.

Il termine italiano “calamaio” si è ottenuto per il mutamento del suffisso nominale polivalente latino   “-arius“, che in questo caso indica il luogo dove il calamo ritorna ossia “il posto del calamo”, questo passaggio è avvenuto grazie al toscano che da “-arius” l’ha mutato in “-aio”.

Per il suffisso latino “-arius” non è finita, per merito di una mutazione romanesca/meridionale viene mutato in “-aro” che con l’unione “calamo” dà origine a “calamaro” nome italiano del mollusco cefalopode dal nome scientifico “Loligo vulgaris” che, in caso di pericolo, nasconde la sua fuga emettendo un liquido nero che intorbidisce l’acqua. All’inizio del Trecento, quindi all’alba della lingua italiana, è attestato che l’odierno calamaro era chiamato “pesce calamaio” per questa la caratteristica di espellere un liquido nero come l’inchiostro.D

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Casagâj

Casagâj: polenta condita con fagioli cotti, aglio, soffritto di lardo e altri ingredienti a piacere o a disposizione della reşdōra. Piatto povero tipico delle campagne reggiane, e non solo, del quale non è conosciuta la origine vera, di cui, come capita spesso quando non si sa la provenienza, esistono solo leggende. Anche il nome non è certo, chi lo chiama “casagâj”: caccia galli o chi lo chiama “calsagât”: calcia gatti, questo è dovuto ad alcune delle leggende che si raccontano. Una leggenda racconta che in una battaglia combattuta contro i Galli, in un luogo non conosciuto, questi furono battuti e scacciati usando della polenta come arma, da qui “casagâj” caccia i Galli. Altra leggenda che fa riferimento a “caccia i galli” è riferita alla cattura dei galli animali da cortile, si racconta che, una volta, per poterli acciuffare si usava la polenta come esca. In un’ altra leggenda chi ci va di mezzo sono i gatti. Infatti viene raccontato che una sera una rezdōra, dopo aver cucinato sulla stufa dei fagioli in umido, mentre si accinge a portarli in tavola inciampò nel gatto, l’intero contenuto della teglia si rovesciò e finì dentro la polenta, che cuoceva nel paiolo sul fuoco del camino. Indecisa, nel dilemma se buttare la cena o affrontare il giudizio, la consapevolezza della fame dei commensali prevalse e fu così che i “casagâj”, arrivati davanti ai convitati, riscossero un grande successo. In questo modo la ricetta, frutto di un fortuito infortunio, si diffuse di bocca in bocca tra le montagne reggiane giungendo inalterata fino a oggi.
Forse la soluzione dell’origine dei “casagâj” è più semplice, probabilmente, qualche tempo fa, una reşdōra, nell’intento di preparare un pasto, si è trovata ad avere due pietanze che separate non sarebbero state sufficienti per soddisfare l’appetito dei suoi commensali , per rimediare, potrebbe aver pensato di unirle e, per rendere più appetitoso l’inusitato connubio, le ha condite e servite con un abbonante soffritto di lardo… forse.»

Ciocabèch

“Ciocabèch: barba di becco comune, barba di becco dei prati; nome scientifico “Tragopogon pratensis” (L., 1753) il nome del genere ”Tragopogon pratensis” deriva dal greco “trágos”: caprone e “pogón”: barba con riferimento alle setole del pappo, che fanno pensare alla barba di un caprone.
La voce reggiana invece ha un etimo impenetrabile, pare composta da due termini derivati da due diverse lingue, da ‘cioca’, dal tardo latino “clocca” (pronunciato [t͡ʃɔka] ossia ‘ciòca’ o ‘ciocca’): campana (Du Cange: “nostris Cloche”), probabilmente dal proto-celtico “klokkos”: con lo stesso significato (vedi il gallese “cloch” e l’ antico irlandese “cloc”) e da “bèch” un derivato dal germanico “bicke”: punta, quindi “ciocabèch”, tradotto letteralmente in italiano, parrebbe significare ‘campana a punta’, questa definizione potrebbe essere derivata dalla forma del fiore non maturo che prima della schiusura ha la forma di una campana a punta o giustificata dal fatto che il fiore ha comportamenti particolari: quando l’aria si fa umida e il cielo si rannuvola, la barba di becco chiude la cintura esterna dei petali, che vanno ad avvolgere come un impermeabile il fiore, questo succede anche quando è bel tempo, nelle le ore centrali della giornata il fiore si chiude per evitare il sole e, in entrambi i casi, assume la forma di una ‘campana (terminante) a punta’.
La trasformazione del medievale “clocca” nel reggiano “ciòca” è dovuta al fatto che, il fonetico “t͡ʃɔka”, è reso ortograficamente in questo modo: il “t͡ʃ” (abbinato al “C” dolce) col digramma ‘⟨ci⟩’ seguito da “ɔ” accoppiato alla vocale “ò” aperta, a sua volta seguito dal “k”: suono della “c” di casa, terminato dalla “a” italiana.
Altra teoria sarebbe quella della derivazione onomatopeica: “ciocabèch” verrebbe tradotto con il senso del rumore (cioca-) fatto dalla bocca (-bèch) quando si addenta il fusto ma nessun riscontro, sia pratico che scritto, porta ad avvalorare questa ipotesi.”