LÉNGUA MÊDRA

Rèș e la nôstra léngua arsâna

ETIMOLOGIA O-P

O

Ósta

Ósta: traccia della selvaggina, odore caratteristico lasciato nel terreno  dagli  animali  selvatici,  in  partic.  dalle  lepri,  e seguito  dai  cani  da  caccia, deriva da “usta” un dialettale di origine incerta,  in italiano è intraducibile o meglio può essere tradotto con parole diverse a seconda dei contesti. Potrebbe derivare dal latino “ustulare”: bruciare o più probabilmente da “nastare”: fiutare, con perdita della “n” scambiata per l’articolo, voce dialettale settentrionale che deriverebbe dal latino parlato “nasitare” derivato dal latino dotto “nasum”: naso, odorato; o derivare latino “gustūs”: gusto, tatto, sensibilità. In origine indicava il “fiuto” o l’istinto animale, come quello dei cani da caccia che fiutano la pista, per poi passare ad indicare in senso metaforico l’intuito umano, la prontezza di spirito e il saper stare al mondo.

P

Panêr

Panêr: appannare, velare, condensa che si forma sui vetri freddi per l’umidità dell’aria o di un alito, deriva da “panno”: velo, copertura , da latino “pannus”, forse affine al greco “το ρούχο”, greco dorico “pãnos”, entrambi significano “pezzo di stoffa” e risalgono ad una base accadica “panu”: coperta da letto, lato superiore di un panno.

Pastarêşa

Pastarêşa: pasta rasa, un prodotto tipico della provincia di Reggio, il termine reggiano è composto da due vocaboli “pasta-rêşa”, “pasta- ” dal latino tardo “pasta”, a sua volta dal greco “ζυμαρικά”: pasta, farina mescolata con acqua e sale, derivazione di “ζύμη”: impasto e da “- rêşa” derivato dal latino volgare “rasare” alterazione del classico, “rādĕre”: radere, rasare, raschiare, rastrellare anche toccare di sfuggita, sfiorare.

Pavēra

Pavēra: pavera, paviera, (termine di probabile origine veneta), nome di piante palustri diverse, come giunchi, carici, tife, ecc. dal latino ” (herba) papyriă”, derivazione di “papyrus”: papiro. Sul “Lessico botanico popolare della provincia di Cremona dialettale, etimologico” Valerio Ferrari dice: «Questa definizione riguarda due specie di piante, la lisca marittima e il giunco fiorito, caratteristiche di luoghi acquitrinosi e da noi più frequenti, e talora abbondanti, nel settore meridionale della provincia. In realtà sembra che anche alcune specie più grandi del genere “Cyperus” siano identificate con il nome a lemma. Il loro aspetto generale e la taglia medio-grande le ha fatte avvicinare all’immagine del papiro, donde la derivazione del nome dialettale da “(herba) papyrea”: (erba) simile al papiro. Del resto già Pietro de’ Crescenzi, agli inizi del XIV secolo, poteva dichiarare: “papirus… dicitur apud nos iuncus” » ossia ‘ papiro… tra noi chiamato giunco’.

Pièt (a)

Pièt (a): indistintamente, dal dialetto versigliese “appiètto”: interamente. Fare appiètto: finire completamente qualcosa. Deriva dal latino volgare “applictum”: ammucchiamento; strumento, da “applicltum”, partitivo di “applica”, probabile influenza del provenzale “apleit”: ‘vomere’.
Dal “Catalogo degli antichi nomi di luogo della Versilia” di Vincenzo Santini:
«Appiétto: termine tutto versiliese che indica scerpare alla rinfusa; per esempio: “è andato alla vigna e ha fatto appietto dei fichi”, “ha colto l’uva appietto”».
«Appiétto: si dice di una messe abbondante; per esempio: “le ulive vi erano appietto”; così si dice: “costui entrò in casa e si fece a mangiare appietto i fagioli”, eccetera; oppure: “fece appietto nel portar via”».

Prân

“Prân: assai, ben, pure, è un rafforzativo; pare derivare dal provenzale “de plan” derivato dal latino “planum”. In “Don Denis – Poesie D‘Amore”, titolo di una tesi di laurea della Scuola di dottorato di ricerca in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie con indirizzo di Romanistica dell’università di Padova, si legge: «l’avverbio “pran”, normalmente preceduto dalla preposizione “de”, e, sporadicamente, da “a”, ha il valore di “senza dubbio, certamente, in verità”, ed è documentato esclusivamente nei testi poetici. Dal latino “plānum”, entrò nel linguaggio poetico probabilmente attraverso il provenzale “de plan”». Il Don Denis citato in questa tesi, è il sesto re del Portogallo (1279-1325), il quale fu il più prolifico tra i trovatori profani galego-portoghesi.
“De plan”, trasformato nell’italiano antico “di piano”: con facilità, agevolmente, lo troviamo citato in “Voci e locuzioni italiane derivate dalla lingua provenzale” di  Vincenzo Nannucci del 1840 dove, tra le altre cose, si legge: «In secondo luogo, fa veramente ridere quell’andare pescando, com’ essi fanno, l’origine dell’ avv. “di piano” nella lingua Spagnuola e nella Sarda, non essendo che locuzione de’ Provenzali, che dal latino “de plano” dissero “de plan”, che vale “perfettamente, chiaramente, manifestamente, alla scoperta, totalmente, affatto” ecc.; da cui i nostri Antichi “di piano”.»
Il latino “planum” deriva da “plānus”: chiaro, evidente”