Cerca
Close this search box.

LÉNGUA MÊDRA

Rèș e la nôstra léngua arsâna

ETIMOLOGIA M-N

M

Maslêr

Maslêr: potrebbe derivare dal tedesco medioevale “metzler”: macellaio, da “metzær”: macellare.

Mignîn

Mignîn: era un wafer quadrato della Wamar, una storica azienda dolciaria torinese il cui nome è l’acronimo delle iniziali del suo fondatore, il commendator Walter Marchisio. Il nome “wafer”: cialda pare derivare dall’antico inglese “waba” (a sua volta sembra derivato dall’antico alto tedesco “waba, wabo”), che indicava il nido delle api; di fatto, la superficie del biscotto è stampata con una sorta di reticolo che ricorda appunto l’alveare. Vennero prodotti per la prima volta su scala industriale con il nome di “Neapolitaner wafer” (wafer di Napoli) dall’azienda austriaca Manner nel 1898. Il termine “Neapolitaner wafer ” deriva dall’utilizzo di nocciole napoletane per la preparazione della farcitura. La cialda “wafer” nasce attorno XV secolo d.C. ad opera di pasticceri “cialdonai” fiorentini. Questi, mediante uno stampo a tenaglia e sfruttando il calore diretto del fuoco, producevano e divulgavano qua e là per tutta Europa le prime cialde-wafer.
Curiosità.
Il termine “mignin” in piemontese significa gattino ed è il diminutivo di “migno” gatto, questo lo possiamo dedurre dal ” Vocabolario piemontese” di Maurizio Pipino del 1783 dove si può leggere: «Mignin, diminutivo di Migno V.” e “Migno, (così si chiama da piccoli bambinelli il gatto, per essere la voce più comoda alla loro pronuncia) micio”, sul “Gran dizionario piemontese-italiano» di Vittorio Sant’Albino del 1859, sul “Vocabolario piemontese-italiano e italiano-piemontese” Di Michele Ponza del 1846, sul “Vocabolario base Piemunteis/Italiano” del 2008: «mignin: gattino, micio». È stato un biscotto tanto caro al palato dei bambini degli anni 50 fino agli anni 80 quando l’azienda dolciaria ha chiuso i battenti. Alcune generazioni di reggiani hanno mangiato i “mignîn”, penso che nessuno sapesse la storia di questa leccornia, spesso la vedevano solo per Natale come addobbo attaccato con un filo a un ramo dell’albero assieme a un qualche mandarino e a una qualche caramella. In Storie Piemontesi: “Le merende dei bambini Anni Cinquanta di Sergio Donna del 28 Novembre 2018 si legge: “Forse il nome di quei wafer si era ispirato ad una cantilena fanciullesca, piuttosto conosciuta a quei tempi, che faceva più o meno così: “Prima mignin, seconda gatin, tersa gatassa, quarta ramassa, quinta scopassa”, ma non ho trovato nessuna altra fonte per confermare quanto detto nell’articolo. Questa cantilena è l’elenco della successione delle classi scolastiche elementari. In “Quatro ciàcoe”, dialetto di Rovigo, vengono ricordati così: «E dopo a xe rivà la moda de i mignini, e le robe le xe canbià in mèjo. I jera fati, sti mignini, come i “wafers” de onquò, ma più grossi, alti e larghi come on tòco de saon da lavare, e come gusto i saéva de vanìlia».

N

Nèsi

Nèscio, ignaro, inconsapevole, che non sa; da latino “nescĭo”: ignorare, non sapere, non conoscere, non riuscire, non potere, non essere in grado di…, da “nescius”, dal tema di “nescire” composto dalla negazione “ne” e da “scire”: sapere, ossia ‘non sapere’.

In reggiano usato quasi esclusivamente nella locuzione “fêr al nèsi”: fare finta di ignorare, di non capire qualche cosa, ha lo stesso significato e l’ uso di “gnorri”. L’italiano “nèscio” ha dato origine all’ aggettivo “neciente”: essere ignaro, all’oscuro di qualche cosa e all’avverbio “nescienteménte”: senza rendersi conto di… . 

Pianigiani scrive: «Nescio o nèsi dal latino “nescius”: che non sa; composto da “ne”: non e tema di “scire”: sapere. Formula famigliare che si adopra con il verbo “fare”: “fare il nescio” per dire ad alcuno che ostenta di non capire».